lunedì 12 marzo 2018

Piccoli pacchi e storie grandi

Non c'è nulla da fare, gira e rigira, lo scalino generazionale impone sempre un surplus di allenamento nel cercare di trasmettere e di condividere la propria passione di "raccoglitore". Ne avevo già disquisito in un mio post dal titolo, appunto, "incontri generazionali lungo il percorso", nel quale raccontavo di impegno e difficoltà nel coinvolgere i figli nella mia passione, senza forzature s'intende, ma con l'obiettivo, almeno, di offrire loro l'immagine di un genitore che non rappresentasse un pregevole pezzo di modernariato, ma proiettasse il senso del collezionare non solo come un incontrollabile desiderio di accumulare cose, ma come il piacere di viaggiare nello spazio e nel tempo e catalogare e conservare schegge del nostro passato, frammenti di storia, il ricordo di eventi e personaggi persi nell'oblio della topografia urbana, ma anche di ampliare il proprio orizzonte culturale semplicemente cercando di capire cosa un francobollo, un annullo od una vecchia missiva volevano celebrare o comunicare.


Certo che sono lontani i tempi in cui, come racconta La Stampa in un articolo dal titolo Walter Benjamin, filosofo, scrittore, critico letterario e traduttore tedesco, amava dire "per il collezionista, quello autentico intendo, il collezionista come deve essere, il possesso è il rapporto più profondo che in assoluto si possa avere con le cose: non come se le cose fossero viventi in lui, piuttosto è egli stesso che abita in loro" e continuava affermando che "i collezionisti sono fisiognomia del mondo delle cose. È sufficiente osservarne uno e badare a come tratta gli oggetti della propria vetrina. Si direbbe che appena li tiene in mano appaia ispirato da essi, abbia l’aria di un mago che attraverso di essi guardi nella loro lontananza".



Tornando a noi, accade che, nel molto orgoglioso tentativo di mostrare ai "millenium" domestici la mia sezione dedicata ai servizi della Repubblica, mi trovo innanzi quei sorrisetti ironici, leggermente beffardi, rivolti a me ed ai quei piccoli dentelli, stretti nel loro minuscolo formato pensato per spezzarsi tra plico e bollettino. A nulla sarebbe valso spiegar loro che il servizio dei pacchi postali, relativamente al periodo repubblicano, fu riattivato fra il luglio e l’agosto del 1946 e che quei piccoli francobolli erano testimoni della fine della Seconda Guerra Mondiale per gli italiani. Non solo! Essi rappresentarono un elemento importante della ricostruzione e della ripresa economica del Paese, essendo il vettore di merci e materiali che raggiungevano le famiglie in tutta la penisola, portando loro beni di prima necessità, aiuti materiali di conforto. Nemmeno la mia più ricca raccolta dedicata alla ricostruzione, che ho collocato nella sezione chiamata "la collezione del tricolore", avrebbe potuto catalizzare un interesse attivo da parte dei miei amati figli. Allora? Come sempre è stato necessario ritarare il punto di vista.

Per farlo mi sono rammentato di una storia che avevo letto qualche tempo fa sul sito dell'autorevole


Mary Pierstorff - (C)

C'era una volta una bambina, di nome faceva May Pierstorff. Era bionda e tra i capelli teneva legato un bel fiocco, a dare ancor più grazia a quel viso angelico, tipico di tutti i bambini del mondo. Difficile pensare alla piccola May alla stregua di un "pacco postale", ma questa è la verità! La bambina è probabilmente il più famoso pacco postale della storia di tale servizio. Il 19 febbraio del 1914, la giovanissima May, poco prima del suo sesto compleanno, fu letteralmente "spedita" dalla casa dei suoi genitori a Grangeville, nell'Idaho, recapitata ai suoi nonni a poco più di settanta miglia di distanza per, incredibile a dirsi, per soli 53 centesimi di francobolli. I genitori di May, infatti, avevano deciso di utilizzare il servizio di pacchi postali, iniziato solo l'anno prima. Nei primi anni di questo servizio, i clienti ed i funzionari postali ceravano ancora di comprendere i vantaggi ed i limiti di questo innovativo servizio offerto dal sistema postale americano.

Qualcuno si affretterà a dire che un caso sensazionalistico non fa la storia, ma la verità, documentata da Nancy Hope, storica e curatrice delle raccolte filatelico postali dello Smithsonian, è davvero un'altra. La piccola May non fu l'unica bambina che i genitori affidarono al servizio di pacchi postali del Dipartimento delle Poste a stelle e strisce. Non a portalettere qualunque, s'intende, ma a fidati impiegati postali con cui affrontare il viaggio in tutta sicurezza, quasi fossero accompagnati dal diritto di raccomandazione con tanto di assicurata appiccicata in fronte, May, infatti, fu recapitata da un parente che lavorava sui treni della posta ferroviaria statunitense, che probabilmente già aveva metabolizzato l'esperienza di un altro postino che, nel gennaio del 1913, prese in carico nella sua bolgetta il primo bambino "spedito" negli Stati Uniti da Batavia, Si trattava del figlio dei coniugi Beauge di Glen Este che fu trasportato dalla corriera del sistema postale rurale "Vernon Little" alla nonna che abitava a circa un miglio di distanza. I genitori del ragazzo pagarono solamente 15 centesimi per i francobolli e, siccome i figli non hanno prezzo, lo assicuravano anche per la cifra di 50 dollari. Dopo il maschietto fu la volta di una bambina, figlia dei signori Savis di Pine Hollow, località della Pennsylvania. La piccola fu spedita il 27 gennaio. Presa in carico dal "corriere rurale" James Byerly da Sharpsville, fu recapitata assolutamente indenne quello stesso pomeriggio ai parenti che vivevano a Clay Hollow. La baby spedizione costò ai suoi genitori 45 centesimi. 


(C)

Tale entusiasmo per il nuovo servizio di pacchi postali "made in USA" provocò un certo sconcerto tra i funzionari del sistema postale americano. Un disorientamento che spinse il Direttore Generale Albert Sidney Burleson, il quarantacinquesimo reggente delle Poste degli Stati Uniti, a varare una norma che stabiliva che i bambini non potevano essere considerati missive o pacchi. Ciò però, evidentemente, non fu sufficiente a frenare la voglia o la necessità di spedire, spendendo solo qualche centesimo, i propri figli da una parte all'altra del Paese. Le cronache raccontano che il
1915 fu l'anno in cui i "pacchi postali bambini" toccarono il loro culmine. Nel mese di marzo, Charles Hayes, del servizio di posta rurale di Tarkin, nel Missouri, trasportò la figlia dei coniugi Combs, la dolce Helen, affrancata alla stregua dei pacchi postali, per la modica cifra di 10 centesimi. Il portalettere consegnò Helen alla nonna, la cui abitazione non era però molto distante. Nell'autunno dello stesso anno Maud Smith, di tre anni, ha "viaggiato" da casa dei nonni a quella della sua famiglia a Jackson, nel Kentucky. Tale spedizione fu però oggetto delle cronache locali e il servizio giornalistico che ne nacque accese una inchiesta interna alle Poste americane, che stabilirono, in modo chiaro ed inequivocabile, che tale procedura era una chiara violazione delle regole postali. Fu l'ultimo caso documentato di "baby pacco postale". 

Il record per il trasporto sulla maggiore distanza, ci ricorda Nancy Hope nel suo articolo, va però accreditato ad Edna Neff, di sei anni. Ha viaggiato dalla casa della mamma a Pensacola, in Florida, sino all'abitazione del papà, a Christainburg, in Virginia. Stante il suo ridottissimo peso l'affrancatura costò ai genitori solamente 15 centesimi.



Il "c'era una volta" finisce qui. Una storia già raccontata, ma che mi ha permesso di vedere un sorriso sul viso dei miei figli che forse, ogni volta che rivedranno quei piccoli francobolli dei pacchi postali della nostra Repubblica a riempire le pagine del mio album, si ricorderanno di quei bambini finiti nella capiente bolgetta del portalettere. Chiudo con un'ultima citazione di Walter Benjamin; "ciò che nel collezionismo è decisivo, è che l’oggetto sia sciolto da tutte le sue funzioni originarie per entrare nel rapporto più stretto possibile con gli oggetti a lui simili. Questo rapporto è l'esatto opposto dell’utilità e sta sotto la singolare categoria della completezza. Cos'è poi questa «completezza»? Un grandioso tentativo di superare l'assoluta irrazionalità della semplice presenza dell'oggetto mediante il suo inserimento in un nuovo ordine storico appositamente creato: la collezione".





Walter Benjamin, "Opere complete. Vol. 1: Scritti 1906-1922"; Einaudi, 2008
Italo Calvino, "Collezione di sabbia"; Mondadori, 1984
Nancy Hope, "Very Special Deliveries", Altri post pubblicati correlati a questa pagina:
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