lunedì 19 marzo 2018

Collezione 2.0: portabilità sfogliabile

In molti dei miei interventi sul concetto di fruibilità digitale della propria collezione, ho raccontato di come, grazie alle nuove tecnologie, oggi alla portata anche dei meno esperti, sia possibile fare esondare il proprio percorso collezionistico dal recinto privato ad uno spazio realmente pubblico, tutto ciò grazie alla condivisione resa possibile dalla digitalizzazione dei propri album. Oggi è diventata una pratica comune da parte di istituzioni culturali, musei, pinacoteche, centri archivistici e documentali di tipo storico e culturale creare un proprio avatar nel mondo virtuale, tutto ciò per portare fuori dalle mura di solida pietra il proprio patrimonio, rendendolo in tal modo fruibile ad un pubblico più vasto, ma anche permettendone un approccio di studio ed analisi nel dettaglio, senza mettere a repentaglio l'incolumità dell'opera d'arte o dell'antico manoscritto e, perché no, di quel raro e fragile francobollo.



La  digitalizzazione delle proprie collezioni è anche un modo, facendo sempre riferimento ad istituzioni museali, per fidelizzare ed amplificare il proprio bacino di utenti visitatori, avendo come finalità la promozione, la valorizzazione e la tutela del proprio patrimonio, per metterne in evidenza
aspetti poco conosciuti, ma sovente potenzialmente di grande interesse, soddisfacendo quindi i bisogni della propria utenza. Talvolta addirittura offrendo percorsi espositivi inediti, rendendo fruibili in digitale reperti conservati negli archivi o sepolti nei magazzini e non esposti per problemi di spazio fisico.

Tale pratica di condivisione e fruizione offerta dal mondo digitale ha iniziato addirittura a porre al legislatore nuovi quesiti. L’avvocato generale della Corte di Giustizia europea, Niilo Jääskinen, ha applicato un’eccezione prevista dalla direttiva Ue sul copyright stabilendo che, come ha riportato il Corriere Comunicazioni.it, le biblioteche possono digitalizzare i libri senza consenso dell’autore, quando tale possibilità si prospetti per le collezioni accessibili al pubblico per fini di ricerca. Le biblioteche dunque possono digitalizzare opere e volumi detenute nella propria collezione, senza l’accordo dei titolari dei diritti d’autore, per proporle agli utenti su postazioni di lettura elettronica. La direttiva sul diritto d’autore non consente agli Stati di autorizzare gli utenti a copiare l’opera digitalizzata dalla biblioteca su una chiavetta Usb, ma non impedisce, in linea di principio, di fare una stampa dell’opera. La presa di posizione apre nuovi orizzonti, anche nel campo di una biblioteca filatelica condivisa sfruttando sistemi documentali in cloud, argomento del quale però ho intenzione di parlare in uno specifico post, magari condividendo con chi mi legge qualche innovativa idea su come condividere testi, magari non più in commercio, di letteratura filatelica o vecchie riviste ormai introvabili sul mercato.



Ciò di cui invece voglio argomentare oggi è la sperimentazione che ho messo in pratica di poter rendere la mia collezione 2.0, ovvero la versione digitale di quella fisicamente dentellata, realmente portabile.

Mi spiego meglio: terminata la fase di digitalizzazione, per la quale va poi mantenuto il costante aggiornamento (per la parte meramente tecnica vi rimando al post "Ogni collezione è come un percorso ... anche virtuale"), si dispone di una serie di file pdf in buona risoluzione (minimo 300 dpi). Questi file infatti, solo successivamente sono lavorati al fine di ridurne la loro definizione al formato ebook necessario alla condivisione, quanto perché tale compressione li rende più velocemente fruibili online attraverso specifiche piattaforme quali Calameo ed Issuu che li trasformano nei cosiddetti formati sfogliabili (flip book). Un'innovazione geniale, se si pensa che da qualsiasi apparato digitale ed in qualsiasi parte del pianeta ci si trovi, basta una connessione Internet per consultare il proprio apparato collezionistico così come lo abbiamo nei nostri scaffali. Provare per credere: la mia collezione online.

Ma la portabilità vera è un'altra cosa. Deve, a mio parere, poter essere fruibile offline, ovvero senza nessuna connessione, in modo semplice ed intuitivo, meglio se grazie ad un apparato leggero e portatile come un tablet, un rettangolo digitale capace di stare in una borsetta od in uno zainetto. Da portarsi magari appresso a qualche manifestazione di settore, giusto per poter controllare un particolare francobollo, confrontarlo con un altro in vendita o, più semplicemente, per comparare un annullo o valutare se quello appena visto è realmente quello mancante o ci assomiglia solamente.


Il pdf derivati originariamente dalla scansione delle pagine degli album possono perciò rappresentare una risorsa preziosa. Ho dunque fatto un piccolo esperimento usando il mio tablet e sfruttando uno dei numerosi software gratuiti che consentono di gestire i file pdf come un ebook, contando appieno anche sulle caratteristiche di massima definizione degli stessi file. Molti sistemi operativi, ad esempio Windows 10, dispongono addirittura di un visualizzatore/lettore proprietario. Ove questo non sia presente si può ricorrere ai già citati software, primo tra questi MartView, considerato uno dei migliori programmi per sfogliare PDF come se fossero delle riviste cartacee. È ottimizzato per l’uso con i touch-screen ed include anche funzioni avanzate. È molto curato graficamente e molto semplice da utilizzare sin dal primo avvio. Ma ne esistono ormai di altri, validi ed alternativi: Calibre Portable, IceCream Ebook, giusto per citarne alcuni e suggerire che ogni sistema operativo può ormai contare su un efficace visualizzatore flip book.

Per illustrare come può diventare portatile la propria collezione  ho fatto ricorso ad un semplice video, utilizzando come esempio un mio album del Regno d'Italia. Dal video, per il quale ringrazio il figlio più piccolo che si è prestato a muovere le dita, si nota come dalla modalità pagina si può rapidamente passare ad una visualizzazione multipagina, così come è possibile ingrandire immagini e testi, sfruttando quindi la definizione massima per osservare i dettagli di un francobollo, così come scansito dall'album originale.
Calibre Portable Tratto da https://calibre-portable.forumer.it/
Calibre Portable Tratto da https://calibre-portable.forumer.it/



Aggiornamento del 24 marzo 2018

Che l'interesse ad una vera portabilità della propria collezione sia in deciso aumento lo testimonia anche scesa in campo di grandi nomi del commercio filatelico mondiale. Stanley Gibbons, ad esempio, ha messo a punto un prodotto online, rivolto ai collezionisti filatelici, che consente di mettere in rete, anche se non nel meccanismo di massima fedeltà di cui ho parlato nel mio blog descrivendo la digitalizzazione della mia collezione, il proprio apparato collezionistico, collegando ogni singolo valore al data base tecnico che l'azienda utilizza per i propri cataloghi filatelici. Il prodotto, immesso sul mercato con il nome di My Collection, prevede una sorta di canone che parte da 35 sterline inglesi all'anno.

La tecnologia utilizzata per My Collection ne consente l'utilizzo su tutti i dispositivi, PC, tablet e dispositivi mobili, prevede opzioni di ricerca versatili e potenti per individuare francobolli e relativi prezzi, è completamente personalizzabile consentendo di caricare le immagini dei propri valori e di includervi eventuli note e dettagli. Oltre a ciò consente di effettuare una comoda sezione riassuntiva che elenca il numero dei francobolli suddivisi per per paese e album, oltre ai dati sul loro valore di catalogo.


Il prodotto commercializzato da Stanley Gibbons ha come cuore bibliografico il famoso catalogo Stamps of the World che inventaria circa 500 mila francobolli e dispone di ben 180 mila immagini di emissioni relative ad oltre 730 paesi/regioni del globo.Utilizza i numeri di catalogo SG universalmente riconosciuti e contiene quattro guide pratiche dedicate al "Come identificare i francobolli".

venerdì 16 marzo 2018

Una repubblica "vissuta" che avanza

Fedele al motto che "le grandi cose si costruiscono pezzo per pezzo", voglio oggi condividere la fine dell'allestimento di altri due album, ai quali stavo lavorando da tempo, di quella collezione nella collezione di cui già avevo avuto modo di parlare in un post dell'aprile del 2016. L'occasione per me di filosofeggiare un poco sul collezionismo, ma anche per un ripassino sulle tecniche con cui rimuovere i francobolli dalle care amate buste, quando, ben inteso, non si tratti di ancor più preziosi testimoni di storia postale che meritano la loro assoluta integrità.

Allora avevo raccontato di come, in uno dei tanti mercatini delle pulci, quelli che radunano rigattieri d'altri tempi nelle piazze assolate delle cittadine di provincia, scorsi alcune cartelle filateliche di un bel colore verde. Fu l'inizio di un itinerario repubblicano parallelo a quello che già da tempo avevo intrapreso. Si trattava di affiancare alla mia collezione di valori nuovi, quella dei medesimi francobolli, questa volta permeati dal fascino di quel vissuto tipico di chi ha viaggiato, assolvendo appieno al ruolo per cui qualcuno li aveva creati.

Ogni modifica al percorso comporta un accomodamento complessivo della collezzione

Era, a quel tempo, l'inizio di un nuovo affascinante percorso espositivo all'interno del mio intero apparato collezionistico. Un nuovo itinerario che ripercorreva, in modo assolutamente parallelo, una strada maestra già tracciata, ma che proprio per questo si prestava ora a piccole soste, gite fuori porta e piccole deviazioni dai sentieri battuti. Inevitabilmente, secondo le più volte espresse teorie sull'accomodamento, tutto ciò ha comportato un'articolata serie di modifiche importanti al mio allestimento filatelico museale, montando e rimontando le mie vetrine virtuali (di questo ho parlato nel post "La metamorfosi: tutto si trasforma"), togliendo reperti da un album ed inserendoli in un altro, creando nuovi e diversificati fuori programma (vedi anche i post: "Presidenti tra i dentelli" e "La ricostruzione post bellica nel mio percorso repubblicano").

I due nuovi "contenitori", di cui vado a completare l'allestimento, riguardano in larga parte i francobolli degli anni Ottanta e Novanta. Sono emissioni relativamente recenti, ma che hanno già le rughe ed il fascino di quella maturità filatelica che sa farsi apprezzare. Lo dico per il vero piacere di riguardarli con attenzione, anche sul più puro aspetto estetico, allontanandoli per un momento dal loro concetto funzionale, quello di aver avuto una vita finalizzata alla razionale affrancatura di una missiva. Una deriva questa, tipica del collezionista ben rimarcata dalle parole di Walter Benjamin, filosofo, scrittore, critico letterario e traduttore tedesco, che ricordava come colui che colleziona ha "un rapporto con gli oggetti che non ne mette in primo piano il valore funzionale, e dunque la loro utilità o fruibilità, ma li studia e li ama in quanto scena, teatro del loro proprio destino. Quel che più profondamente affascina il collezionista è collocare il nuovo acquisto dentro una sfera magica in cui, mentre è percorso dall’ultimo brivido, il brivido del venire acquisito, l’oggetto si immobilizza. Ogni ricordo, pensiero, consapevolezza diventa zoccolo, cornice, piedistallo, cella del nuovo tesoro. Epoca, luogo, bottega, precedente proprietario, tutto questo il vero collezionista lo vede confluire, per ogni pezzo della propria collezione, in una magica enciclopedia la cui intima essenza è il destino di quel suo oggetto".

Il francobollo "usato" è un po' un ritorno alle origini del collezionismo filatelico


Eccomi dunque alle prese con una montagna di lettere e di frammenti epistolari, alla ricerca dei pezzi mancanti per dare completezza e sostanza al mio percorso dentellato. Una sorta di ritorno alle origini, ai tempi in cui era divertente mettersi a staccare, uno per uno, quei rettangoli colorati per trasformarli da affrancature in francobolli da collezione. Perché, come scrisse Benjamin, "qui sta la visione del fanciullo, che nel collezionista si intreccia con quella del vegliardo. I fanciulli infatti posseggono, quale proteiforme pratica mai abbandonata, la facoltà di rigenerare l’esistenza. In loro, nei fanciulli, il collezionare è soltanto una delle possibili procedure di rigenerazione, un’altra è il colorare gli oggetti, un’altra ancora il ritagliare, un’altra il decalcare e così via lungo tutta la scala delle modalità infantili di appropriazione della realtà, che va dall’afferrare su su fino al nominare. Rigenerare il vecchio mondo, ecco l’istinto più profondo che sta alla base del desiderio del collezionista di acquisire nuovi pezzi". Le origini in tutti i sensi, anche quelle che ci riportano alla genesi della filatelia. Non dobbiamo infatti dimenticare che, in pieno Ottocento, la società europea era ancora sostanzialmente rurale. Non esisteva quel mondo delle immagini a cui oggi siamo assuefatti e che consideriamo come un dato di fatto. Non esisteva la cartolina e nemmeno altre riproduzioni di immagini pensate per avere una circolazione, per soddisfare l'esigenza di allargare i propri orizzonti assolutamente ben demarcati dai confini della propria comunità. I francobolli offrivano in quell'epoca la possibilità, straordinaria ed affascinante, di far viaggiare le persone, di aprire loro una finestra su luoghi, personaggi, avvenimenti e tradizioni sconosciute ai più, in un’epoca in cui viaggiare era consentito a pochi. I primi collezionisti dunque raccoglievano esemplari viaggiati e si davano premura di staccare i francobolli dalle buste su cui stavano incollati.

Ma abbandoniamo per un attimo il piacere del filosofeggiare e torniamo al lato pratico. Perché questa è anche l'occasione giusta per fare insieme un ripassino della tecnica della "rimozione" del francobollo. Per i più esperti, la cui memoria è stata assopita dal miraggio della gomma integra a tutti i costi, per i neofiti il cui piacere è ancora acerbo e pregno di sontuose aspettative.

Per i francobolli relativi al periodo di cui mi sono occupato per questa mia ramificazione espositiva, la rimozione rientra tra i classici della filatelia, abbastanza semplice, a patto che si rispettino alcuni fondamentali accorgimenti. Tanto vale però riprendere la metodica tra le mani e ricordarne i vari passaggi.

immagine d'epoca tratta da video di Francesco Baroni
Francobolli non adesivi: passo dopo passo
  1. Tagliare con le forbici un frammento intorno all'affrancatura, avendo cura di lasciare una superficie di carta leggermente più ampia dell'affrancatura stessa. Tale operazione va fatta previo verifica se quella lettera non possa rappresentare un interessante reperto di storia postale da lasciare intonso. I frammenti sono già pronti per lavorare alla rimozione del valore postale.
  2. Separate le affrancature collocate su missive in carta colorata, poiché per queste ultime saranno necessari differenti accorgimenti rispetto a quelle applicate su carta bianca.
  3. Preparare un contenitore: va bene un bicchiere se parliamo di un singolo frammento, ma se si lavora in modo più seriale l'ideale sarebbe una vaschetta piana o uno di quei contenitori tipo "frigoverre". Riempitelo con dell'acqua pulita e tiepida. Appoggiate i frammenti su carta bianca sulla superficie dell'acqua con la vignetta rivolta verso il basso e spingeteli sotto il pelo del liquido aiutandovi con un paio di pinzette. Mediamente il tempo necessario al distacco non supera i 15/20 minuti, dipende molto da chi ha incollato i francobolli alla busta, se non si è limitato ad inumidire la gommatura, ma ha fatto ricorso a colle di vario tipo che potrebbero mostrare maggiore tenacità al distacco.
  4. Mettete sotto il rubinetto con un flusso ragionevole, mai violento, di acqua corrente la vaschetta. Quanto per poter sostituire l'acqua che ha contribuito al distacco e poter così sciacquare bene ì francobolli, eliminando i residui di collante ancora sul retro dei dentelli e la gomma disciolta nell'acqua. Non sottovalutate questa fase perché residui collosi sul retro potrebbero appiccicarsi alla carta utilizzata nei passaggi successivi di asciugatura, obbligandovi a ripetere le operazioni di distacco.
  5. Stendere una carta assorbente o un tessuto morbido (che non perda peli), estrarre con la pinzetta i francobolli ad uno ad uno e deporli, con la vignetta verso il basso, sulla carta assorbente, stando attenti a non sovrapporli. Attendete il tempo necessario alla loro asciugatura. Non serve la fretta. Comprimere i valori tra due fogli di carta assorbente può diventare rischioso perché i francobolli potrebbero attaccarsi sul lato ove prima stava la gommatura. I sacri testi della filatelia rammentano di non asciugare i francobolli sul calorifero di casa e a non stirarli con il ferro da stiro, ma sfido chiunque a dire che non lo ha fatto almeno una volta!
  6. In caso di pieghe ed antiestetiche arricciature legate all'asciugatura, preparate una superficie piana su cui appoggiare una carta assorbente, appoggiatevi sopra i francobolli asciutti da "stirare", ricopriteli con un'altra carta assorbente e comprimete il tutto con un peso (un bel volume enciclopedico è perfetto). Esistono in commercio sia le carte assorbenti che piccole presse create per tali operazioni. Lasciateli in pressione una notte ed avrete degli usati perfetti.  
Francobolli non adesivi su carte colorate
Appare chiaro che l'operazione su frammenti di buste colorate, le più odiate sono quelle di colore rosso arancio, nel passato utilizzate da enti pubblici e di Governo per la propria corrispondenza, non può essere effettuata insieme agli altri frammenti. Il rischio di tale operazione è quello che il colore, rilasciato dalla carta durante l'immersione, passi a tingere il francobollo. Esistono per questo frangente diverse scuole di pensiero.
  • La più accademica suggerisce, seguendo i passaggi già descritti per i francobolli su carta bianca, di aggiungere all'acqua della vaschetta candeggina per uso domestico, senza profumi aggiunti. L'ipoclorito di sodio per uso domestico è, di fatto, già una soluzione acquosa in cui il principio attivo si presenta diluito. La dose suggerita è di due cucchiai per litro. Non esagerate per non amplificare l'effetto candeggiante sui colori. Due attenzioni particolari: riducete il tempo di immersione a quello minimo indispensabile allo scollamento del francobollo, dopodiché togliete il frammento di carta e procedete al risciacquo aumentando, in questo caso, il tempo di tale passaggio per eliminare ogni residuo clorato. 
  • Un secondo sistema descritto in letteratura è il ricorso al sale. Il sale grosso è da sempre descritto come un metodo per fissare il colore alle fibre ed evitare che questi ultimi lo perdano durante il lavaggio. Se pensiamo alla cellulosa come ad una fibra il principio si replica. Unite all'acqua dai 5 ai 6 cucchiai di sale grosso per litro prima di immergervi il frammento. Poi procedete come per gli altri francobolli.
  • Un terzo procedimento descritto a più riprese, il più ecologico, consiste nell'immergere il frammento di carta colorata in un contenitore posto sotto l'acqua corrente tiepida. Il flusso continuo dell'acqua trasporta con se il colore evitando che il pigmento raggiunga una concentrazione tale da migrare dalla carta della lettera a quella del francobollo.
Sui più recenti sistemi che prevedono l'impiego del forno a microonde per distaccare i francobolli preferisco non soffermarmi, lasciando al moderno utensile da cucina l'obiettivo di cuocere i cibi.


Francobolli adesivi: avanti tutta
L'arrivo dei francobolli adesivi ha procurato ai collezionisti non pochi grattacapi, per lo meno per ciò che riguarda la loro rimozione dalle buste o dai frammenti di corrispondenza. Un problema di non poco conto se si pensa che, a partire dal 2012, i cataloghi quotano il valore dei francobolli italiani usati al pari di quelli nuovi, data proprio la difficoltà di staccarli facilmente senza rovinarli.

Ora il dibattito sui metodi più efficaci si basa su due criticità sostanziali: la non solubilità in acqua dei moderni supporti adesivi e la quasi impossibilità di rimuovere completamente lo strato adesivo dal francobollo, una volta che si è riusciti a staccarlo dalla busta. I numerosi metodi che sono descritti nei forum di collezionisti di tutto il mondo prevede l'impiego di solventi, spray o liquidi che essi siano, per la rimozione. Appurato che tali collanti sono sensibili a soluzioni quali l'acetone (ad esempio i prodotti per rimuovere lo smalto dalle unghie che sono soluzioni diluite di acetone), si è testato sul campo che, impregnando il retro del frammento con tali sostanze, si procura il distacco del francobollo, facendo però ben attenzione a non decolorare lo stesso usando il solvente sulla superfice stampata. Sono molteplici i solventi citati, ma il loro comune denominatore è una certa tossicità, sia per contatto con l'epidermide che per inalazione.

Quello che oggi voglio proporvi è un metodo alternativo che ho trovato efficace nell'80% dei casi in cui sono intervenuto. Il punto di caduta è riferibile a quei supporti cartacei (cartoncino o buste plastificate) ove il retro del frammento non consenta alcuna o scarsa permeabilità del prodotto di rimozione, medesima fallacità ascrivibile anche per i comuni solventi. Il vantaggio sta nella ridotta tossicità di tale metodo che impiega il normale gel disinfettante per le mani, quello ormai comunemente di uso pubblico negli ospedali, nei supermercati, nelle scuole, la cui base alcolica è sì presente, ma alquanto modesta. Io ho utilizzato per i primi esperimenti un prodotto comune (il Sanity Fresh&Clean), per poi passare ad un analogo prodotto privo di profumazione. Il costo è relativamente contenuto.


Francobolli adesivi: sette passaggi
  1. Prendete il frammento su cui è applicato il francobollo adesivo. Sul retro, nella parte della busta su cui si colloca il valore da staccare, versate due gocce di liquido per le mani.
  2. Con le dita spalmatelo uniformemente sulla carta facendolo così assorbire. Essendo un gel fatelo bene, con calma, in modo che tutta la superficie sia ben impregnata.
  3. Ripetete l'operazione aggiungendo ancora una goccia di liquido per le mani.
  4. Di nuovo procedete con le dita a spalmare bene il gel.
  5. A questo punto, aiutandovi con la pinzetta, iniziate a rimuovere il francobollo. Con calma, senza forzare il distacco.
  6. Per inattivare i residui di adesivo che restano sul francobollo, col polpastrello prendete una piccola quantità di talco.
  7. Spalmatela per bene sul retro del francobollo e quest'ultimo sarà pronto. Chi non volesse utilizzare il talco potrà riposizionare il francobollo sopra un piccolo frammento di carta per adesivi (in poche parole il supporto su cui poggiano le etichette di vario tipo e che normalmente gettiamo nella spazzatura).
Con l'augurio che questo improvvisato ripasso sia apprezzato anche dai più colti di me, concludo ricordando che, come per i precedenti album, a loro volta riorganizzati rispetto all'assetto originale ed arricchiti di nuovi valori mancanti, ho provveduto alla digitalizzazione e li ho resi fruibili online attraverso questo blog, secondo la mia personale idea che ogni nostra collezione può trasformarsi un uno straordinario percorso didattico e visuale da condividere.

La mia collezione con un clic!


Bibliografia

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lunedì 12 marzo 2018

Piccoli pacchi e storie grandi

Non c'è nulla da fare, gira e rigira, lo scalino generazionale impone sempre un surplus di allenamento nel cercare di trasmettere e di condividere la propria passione di "raccoglitore". Ne avevo già disquisito in un mio post dal titolo, appunto, "incontri generazionali lungo il percorso", nel quale raccontavo di impegno e difficoltà nel coinvolgere i figli nella mia passione, senza forzature s'intende, ma con l'obiettivo, almeno, di offrire loro l'immagine di un genitore che non rappresentasse un pregevole pezzo di modernariato, ma proiettasse il senso del collezionare non solo come un incontrollabile desiderio di accumulare cose, ma come il piacere di viaggiare nello spazio e nel tempo e catalogare e conservare schegge del nostro passato, frammenti di storia, il ricordo di eventi e personaggi persi nell'oblio della topografia urbana, ma anche di ampliare il proprio orizzonte culturale semplicemente cercando di capire cosa un francobollo, un annullo od una vecchia missiva volevano celebrare o comunicare.


Certo che sono lontani i tempi in cui, come racconta La Stampa in un articolo dal titolo Walter Benjamin, filosofo, scrittore, critico letterario e traduttore tedesco, amava dire "per il collezionista, quello autentico intendo, il collezionista come deve essere, il possesso è il rapporto più profondo che in assoluto si possa avere con le cose: non come se le cose fossero viventi in lui, piuttosto è egli stesso che abita in loro" e continuava affermando che "i collezionisti sono fisiognomia del mondo delle cose. È sufficiente osservarne uno e badare a come tratta gli oggetti della propria vetrina. Si direbbe che appena li tiene in mano appaia ispirato da essi, abbia l’aria di un mago che attraverso di essi guardi nella loro lontananza".



Tornando a noi, accade che, nel molto orgoglioso tentativo di mostrare ai "millenium" domestici la mia sezione dedicata ai servizi della Repubblica, mi trovo innanzi quei sorrisetti ironici, leggermente beffardi, rivolti a me ed ai quei piccoli dentelli, stretti nel loro minuscolo formato pensato per spezzarsi tra plico e bollettino. A nulla sarebbe valso spiegar loro che il servizio dei pacchi postali, relativamente al periodo repubblicano, fu riattivato fra il luglio e l’agosto del 1946 e che quei piccoli francobolli erano testimoni della fine della Seconda Guerra Mondiale per gli italiani. Non solo! Essi rappresentarono un elemento importante della ricostruzione e della ripresa economica del Paese, essendo il vettore di merci e materiali che raggiungevano le famiglie in tutta la penisola, portando loro beni di prima necessità, aiuti materiali di conforto. Nemmeno la mia più ricca raccolta dedicata alla ricostruzione, che ho collocato nella sezione chiamata "la collezione del tricolore", avrebbe potuto catalizzare un interesse attivo da parte dei miei amati figli. Allora? Come sempre è stato necessario ritarare il punto di vista.

Per farlo mi sono rammentato di una storia che avevo letto qualche tempo fa sul sito dell'autorevole


Mary Pierstorff - (C)

C'era una volta una bambina, di nome faceva May Pierstorff. Era bionda e tra i capelli teneva legato un bel fiocco, a dare ancor più grazia a quel viso angelico, tipico di tutti i bambini del mondo. Difficile pensare alla piccola May alla stregua di un "pacco postale", ma questa è la verità! La bambina è probabilmente il più famoso pacco postale della storia di tale servizio. Il 19 febbraio del 1914, la giovanissima May, poco prima del suo sesto compleanno, fu letteralmente "spedita" dalla casa dei suoi genitori a Grangeville, nell'Idaho, recapitata ai suoi nonni a poco più di settanta miglia di distanza per, incredibile a dirsi, per soli 53 centesimi di francobolli. I genitori di May, infatti, avevano deciso di utilizzare il servizio di pacchi postali, iniziato solo l'anno prima. Nei primi anni di questo servizio, i clienti ed i funzionari postali ceravano ancora di comprendere i vantaggi ed i limiti di questo innovativo servizio offerto dal sistema postale americano.

Qualcuno si affretterà a dire che un caso sensazionalistico non fa la storia, ma la verità, documentata da Nancy Hope, storica e curatrice delle raccolte filatelico postali dello Smithsonian, è davvero un'altra. La piccola May non fu l'unica bambina che i genitori affidarono al servizio di pacchi postali del Dipartimento delle Poste a stelle e strisce. Non a portalettere qualunque, s'intende, ma a fidati impiegati postali con cui affrontare il viaggio in tutta sicurezza, quasi fossero accompagnati dal diritto di raccomandazione con tanto di assicurata appiccicata in fronte, May, infatti, fu recapitata da un parente che lavorava sui treni della posta ferroviaria statunitense, che probabilmente già aveva metabolizzato l'esperienza di un altro postino che, nel gennaio del 1913, prese in carico nella sua bolgetta il primo bambino "spedito" negli Stati Uniti da Batavia, Si trattava del figlio dei coniugi Beauge di Glen Este che fu trasportato dalla corriera del sistema postale rurale "Vernon Little" alla nonna che abitava a circa un miglio di distanza. I genitori del ragazzo pagarono solamente 15 centesimi per i francobolli e, siccome i figli non hanno prezzo, lo assicuravano anche per la cifra di 50 dollari. Dopo il maschietto fu la volta di una bambina, figlia dei signori Savis di Pine Hollow, località della Pennsylvania. La piccola fu spedita il 27 gennaio. Presa in carico dal "corriere rurale" James Byerly da Sharpsville, fu recapitata assolutamente indenne quello stesso pomeriggio ai parenti che vivevano a Clay Hollow. La baby spedizione costò ai suoi genitori 45 centesimi. 


(C)

Tale entusiasmo per il nuovo servizio di pacchi postali "made in USA" provocò un certo sconcerto tra i funzionari del sistema postale americano. Un disorientamento che spinse il Direttore Generale Albert Sidney Burleson, il quarantacinquesimo reggente delle Poste degli Stati Uniti, a varare una norma che stabiliva che i bambini non potevano essere considerati missive o pacchi. Ciò però, evidentemente, non fu sufficiente a frenare la voglia o la necessità di spedire, spendendo solo qualche centesimo, i propri figli da una parte all'altra del Paese. Le cronache raccontano che il
1915 fu l'anno in cui i "pacchi postali bambini" toccarono il loro culmine. Nel mese di marzo, Charles Hayes, del servizio di posta rurale di Tarkin, nel Missouri, trasportò la figlia dei coniugi Combs, la dolce Helen, affrancata alla stregua dei pacchi postali, per la modica cifra di 10 centesimi. Il portalettere consegnò Helen alla nonna, la cui abitazione non era però molto distante. Nell'autunno dello stesso anno Maud Smith, di tre anni, ha "viaggiato" da casa dei nonni a quella della sua famiglia a Jackson, nel Kentucky. Tale spedizione fu però oggetto delle cronache locali e il servizio giornalistico che ne nacque accese una inchiesta interna alle Poste americane, che stabilirono, in modo chiaro ed inequivocabile, che tale procedura era una chiara violazione delle regole postali. Fu l'ultimo caso documentato di "baby pacco postale". 

Il record per il trasporto sulla maggiore distanza, ci ricorda Nancy Hope nel suo articolo, va però accreditato ad Edna Neff, di sei anni. Ha viaggiato dalla casa della mamma a Pensacola, in Florida, sino all'abitazione del papà, a Christainburg, in Virginia. Stante il suo ridottissimo peso l'affrancatura costò ai genitori solamente 15 centesimi.



Il "c'era una volta" finisce qui. Una storia già raccontata, ma che mi ha permesso di vedere un sorriso sul viso dei miei figli che forse, ogni volta che rivedranno quei piccoli francobolli dei pacchi postali della nostra Repubblica a riempire le pagine del mio album, si ricorderanno di quei bambini finiti nella capiente bolgetta del portalettere. Chiudo con un'ultima citazione di Walter Benjamin; "ciò che nel collezionismo è decisivo, è che l’oggetto sia sciolto da tutte le sue funzioni originarie per entrare nel rapporto più stretto possibile con gli oggetti a lui simili. Questo rapporto è l'esatto opposto dell’utilità e sta sotto la singolare categoria della completezza. Cos'è poi questa «completezza»? Un grandioso tentativo di superare l'assoluta irrazionalità della semplice presenza dell'oggetto mediante il suo inserimento in un nuovo ordine storico appositamente creato: la collezione".





Walter Benjamin, "Opere complete. Vol. 1: Scritti 1906-1922"; Einaudi, 2008
Italo Calvino, "Collezione di sabbia"; Mondadori, 1984
Nancy Hope, "Very Special Deliveries", Altri post pubblicati correlati a questa pagina:
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