sabato 29 ottobre 2016

La rosa dei venti per "ripartire postalmente" la città eterna

La mia sezione trasversale dedicata alla meccanizzazione postale si arricchisce di alcuni interessanti reperti, ghiotta occasione per qualche divagazione sul tema.

Comincia male il 1887 per l'Italia: il 26 gennaio a Dogali, in Abissinia, una colonna di cinquecento soldati italiani, comandata dal colonnello Tommaso De Cristoforis, è assalita da forze abissine e annientata dopo due ore di battaglia. Nel migliore stile italiano, l'intera nazione, impegnata nella grande avventura coloniale africana, è percorsa da un'ondata di sdegno con dimostrazioni popolari, interventi e liti in Parlamento fra falchi e colombe. Qualcuno urla "mai più un soldato italiano in Africa", ma alla fine si vota per un ulteriore finanziamento, atto a proseguire l'invasione per riscattare l'onore nazionale. Si aumenta così il prezzo del pane. Pare davvero che, dopo quasi centocinquant'anni, poco sia davvero cambiato. Pochi giorni prima che a Milano vada in scena la prima dell'Otello di Giuseppe Verdi e che si firmi l'accordo anglo-italiano per preservare l'equilibrio politico militare nel Meditteraneo, esattamente il 2 febbraio, un tal Francesco Genala, allora Ministro Segretario di Stato del lavori pubblici, firma un sigolare decreto.


L'idea, che tale atto di Governo intendeva esprimere, era quella di sperimentare nella capitale del Regno una nuova metodologia di ripartizione postale, così come già s'era provveduto a fare in altre importanti città europee che, data la dimensione metropolitana, iniziavano a soffrire di inammissibili ritardi nell'inoltro della corrispondenza. Si decise quindi di "ripartire" Roma in zone postali, assegnando ad ognuna di esse una specifica dotazione di portalettere. Non è difficile intuire che, pur collocata a livello sperimentale, una soluzione di questo tipo potesse rappresentare un grande balzo in avanti verso l'idea di una codifica postale, sino ad ora limitata alla suddivisione d'area dei singoli portalettere.


Il Ministro Segretario di Stato dei lavori Pubblici
> considerando che la celerità del recapito a domicilio delle corrispondenze postali, massime nelle grandi città, costituisce uno dei pregi più essenziali del servizio postale ed uno dei vantaggi più utili e più desiderati dal pubblico;
> ritenuto che a conseguire un tale effetto, oltre al numero degli agenti distributori concorrono essenzialmente il metodo del riparto delle corrispondenze in arrivo, nonché il ripartire le città in varie zone, istituendo in ognuna di queste un ufficio succursale per il recapito delle lettere, anziché concentrarle in un sol punto di diramazione dei portalettere, come ora avviene;
> volendo provvedere affinché questo miglioramento nel servizio di recapito a domicilio possa applicarsi gradatamente alle corrispondenze dirette nelle grandi città del Regno;
> sulla proposta del Direttore Generale delle Poste;

decreta
Articolo 1
Per agevolare e rendere più pronto il recapito delle corrispondenze, le grandi città saranno divise in zone distinte col titolo dei punti cardinali: Nord, Sud, Est, Ovest e Centro, o loro iniziali corrispondenti come N. S. E. O. C.
Articolo 2
Per cura della Direzione Generale delle Poste si provvederà alla formazione delle zone ed alla designazione delle vie e delle piazze componenti ciscuna zona. Sarà data massima pubblicità a tale riparto affinché a poco a poco entri nelle abitudini del pubblico di segnare sull'indirizzo della lettera, oltre l'indicazione del domicilio e la città di residenza del destinatario, anche la zona ove ha luogo il domicilio stesso, come per esempio: Signor N...... N...... Via Cavour, 4 Roma E.
Articolo 3
Le corrispondenze dirette nelle grandi città distinte in zone postali saranno classificate negli ambulanti postali. Il loro recapito a domicilio sarà fatto da portalettere avente sede presso speciali uffizi succursali stabiliti nella zona corrispondente e possibilmente in punti centrali della zona stessa, nei quali saranno concentrate le corrispondenze dirette agli abitanti dei rioni o dei quartieri adiacenti agli uffizi medesimi.
Articolo 4
Le disposizioni del presente decreto avranno effetto gradatamente e di mano in mano che saranno compiute tutte le operazioni preparatorie sia per la scelta delle città, sia pel riparto di esse in zone, sia per l'allestimento degli uffizi succursali donde dovranno partire le squadre dei portalettere destinati alla distribuzione delle corrispondenze in ciascuna zona. Per Roma tale disposizione avrà effetto non più tardi del 1° novembre prossimo venturo.




La lettura del decreto ci lascia dunque intravvedere una piccola rivoluzione che, partendo da Roma, città teatro della sperimentazione "cardinale", si sarebbe poi espansa alle restanti grandi città del Paese. Le cronache però narrano di una storia differente che, tra intoppi organizzativi e rallentamenti burocratici, spostò l'inizio della riorganizzazione alla data del 11 febbraio 1990. In effetti ci fu un certo da fare. Si stamparono, ad esempio, un buon numero di copie di manifesti e stradari che riportavano strade, vicoli e piazze di Roma, oltre ai principali palazzi e stabilimenti della capitale, indicandovi accanto la zona postale di appartenenza. Quanto da esporre e rendere disponibile alla consultazione del pubblico all'interno degli uffici postali.


L'amministrazione postale del Regno d'Italia provvide anche a fornire agli uffici romani nuovi timbri, in stile tondo riquadrato, riportanti le nuove indicazioni delle zone postali, così come previste dal decreto che le istituiva. Agli uffici, attraverso apposita circolare, furono fornite dettagliate indicazioni circa le informazioni da fornirsi, ovvero di ricordare di scrivere nell'indirizzo, posto sulle missive dirette a Roma, anche la zona postale di riferimento, rammentando che la mancanza della stessa avrebbe obbligato l'amministrazione ad indirizzare la corrispondenza all'ufficio di Roma Centro, generando un inevitabile ritardo nei tempi di consegna a domicilio. Per il "ceto commerciale" valeva la preghiera di avvisare i propri corrispondenti, italiani ed esteri, di prendere nota della nuova codifica postale della città eterna e di provvedere ad indicarla in modo corretto nell'indirizzo. Inevitabile, innanzi a tanta premura, che anche il secondo traguardo temporale, fissato al novembre 1889, slittasse all'11 febbraio 1990.




Dovrà trascorrere un triennio per poter mettere un bel timbro di "archiviato" sull'intera idea delle zone postali. L'esperimento, a dirlo e il bollettino postale N°11 del 1890, non ha prodotto i risultati sperati. Un fallimento per dirla breve, tant'è che la sua soppressione data il 21 settembre di quello stesso 1890 che ne aveva visto l'inizio.

A nulla valsero i quasi 61 mila sacchi di corrispondenza avviati a destino dagli uffici romani, posta diretta all'interno del Regno e all'estero, o gli oltre 121 mila sacchi lavorati. Per Roma si scelse di adottare la soluzione partenopea che aveva prodotto risultati migliori e più soddisfacenti. Soluzione consistente nel trasportare i portalettere mediante uno speciale omnibus, nei “quartieri eccentrici” per il recapito della corrispondenza. Nulla toglie però al tentativo di aver voluto iniziare a pensare, in ambito postale, con logiche nuove, proiettate al futuro. La verità del fallimento stava forse nella grande difficoltà di cambiare alcuni dogmi che gli italiani legavano alla propria comunicazione scritta. Si pensi, ad esempio, che all'epoca non tutti usavano indicare l'indirizzo completo sulle lettere, omettendo talvolta persino via e numero civico, dando quasi per scontato che l'importanza del destinatario ne avrebbe comunque permesso il recapito. Per non parlare poi del mittente, una sorta di violazione della sacralità del segreto epistolare che faticava ad accettare che occhi indiscreti, inclusi quelli degli impiegati postali, potessero conoscere la provenienza di una lettera.

Nulla toglie però al tentativo di aver voluto iniziare a pensare, in ambito postale, con logiche nuove, proiettate al futuro. La verità del fallimento stava forse nella grande difficoltà di cambiare alcuni dogmi che gli italiani legavano alla propria comunicazione scritta. Si pensi, ad esempio, che all'epoca non tutti usavano indicare l'indirizzo completo sulle lettere, omettendo talvolta persino via e numero civico, dando quasi per scontato che l'importanza del destinatario ne avrebbe comunque permesso il recapito. Per non parlare poi del mittente, una sorta di violazione della sacralità del segreto epistolare che faticava ad accettare che occhi indiscreti, inclusi quelli degli impiegati postali, potessero conoscere la provenienza di una lettera.



Come ho già avuto modo di scrivere, la mia divagazione sulla meccanizzazione postale si innesta nella cronologia repubblicana, grazie all'emissione fatta per ricordare agli italiani la messa in uso del codice di avviamento postale, svolta epocale che ha dato vita ad un mio persone percorso che scivola indietro ed in avanti sulla linea del tempo. Gli album dedicati all'argomento sono consultabili nella pagina dedicata alla mia collezione su questo blog, ma per chi fosse veramente curiso riporto i link a seguire. 

Tematica trasversale: la meccanizzazione postale storia ed evoluzione
► Album T3 - La meccanizzazione postale volume terzo: evoluzione e europea e nuove codifiche

sabato 15 ottobre 2016

Trieste: non solo un punto di vista filatelico

Nei primi giorni di settembre ho finalmente incontrato Anton. Ci siamo stretti la mano seduti ad uno dei tanti tavolini sparpagliati tra le strade e le piazze di Celjie, sovrastate dall'imponente castello che domina l'intera e verde vallata. Celjie si trova in Slovenia, precisamente la dove il fiume Voglajna sbocca nella Savinja e dove quest'ultima gira in direzione della Sava. La terza città della Slovenia per dimensioni, l'antica Keleia celtica, è il luogo dove era coniato il denaro norico, nel periodo dell'imperatore Claudio, che si sviluppò poi in uno dei più importanti borghi della regione con il nome di Celeia. Anton abita a qualche chilometro di distanza, tra le colline sovrastanti che sembrano montagne ammantate da una fitta boscaglia, in alto, dove la strada diventa piccola piccola e si perde nel verde intenso della vegetazione.


Ho portato con me la mia collezione di Trieste A. Non tanto per tentare di venderla al collezionista che è Anton, ma per mostrargli come ho intenzione di montare la sua collezione di Trieste B che lui è propenso a vendermi. Un gesto dovuto ad un collezionista che cede la sua raccolta con un piccolo nodo in gola e che mi consentirà di ampliare in modo importante il mio spazio espositivo dedicato ai fatti di Trieste e dell'intera regione istriana e dalmata.

Un frammento di storia che stratifica gli eventi quando, con l’armistizio, si apre per il nostro Paese un periodo tra i più bui, la cui ricostruzione continua ad innescare violente polemiche. Dopo l’8 settembre 1943, infatti i Savoia riparano a Brindisi per fondare il “Regno del Sud”, mentre Mussolini è liberato ed annuncia la nascita della Repubblica Sociale Italiana. La Penisola, divisa fra i due fronti lungo la linea gotica, diventa un punto nevralgico per le sorti del conflitto; a farne le spese è una popolazione straziata, divisa, colpita dai bombardamenti e condannata all'orrore di una lotta fratricida. Intanto, in un vortice di avvenimenti, la guerra si avvicina alla fine: Roma occupata e liberata, l’eccidio delle Fosse Ardeatine, lo sbarco in Normandia, la Conferenza di Yalta, la “macelleria messicana” di piazzale Loreto, il suicidio di Hitler, la presa di Berlino, le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, il processo di Norimberga e la difficile Conferenza di pace. In questo contesto si sviluppa la vicenda di Trieste, del Venezia Giulia e della costa istriano dalmata.



In tal senso anche i nostri francobolli parlano,
Raccontano di un periodo travagliato ove la natura umana ha saputo mostrare il peggio di sé aprendo, con la drammatica vicenda delle Fosse Ardeatine, un baratro di incomprensioni, di ostilità, di verità taciute tra popoli confinanti.

Il mio racconto di quelle vicende, attraverso i reperti dentellati, era in parte già montato nell'album che comprende l'occupazione del Venezia Giulia da parte degli alleati, l'emissione triestina titoista e i valori di Trieste A. Anton ora lo sfoglia con interesse, soffermandosi anche sulle schede storiche che si alternano ai francobolli. Narrano una ferita difficile da suturare, scandita dalle emissioni del periodo. Dolorosa al punto che il 13 luglio 2010 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha incontrato a Trieste i presidenti della Slovenia e della Croazia Danilo Türk e Ivo Josipović. Si è trattato di un vertice a tre di evidente impatto simbolico, organizzato grazie ad un grande sforzo politico e diplomatico per superare i malintesi di contrapposte memorie storiche e le diffidenze dovute a reciproche colpe a lungo negate.


Nulla è stato casuale nel protocollo seguito: il 13 luglio, anniversario di quel lontano 1920, è il giorno in cui una manifestazione antislava organizzata dai fascisti e nazionalisti si concluse con l'assalto e l'incendio della Narodni Dom (la Casa del Popolo, nota anche come Hotel Balkan), un imponente edificio sede delle organizzazioni culturali ed economiche degli sloveni di Trieste. In secondo luogo, la sequenza delle tappe della visita: prima lo stesso Balkan, oggi università, simbolo dell'offesa contro gli slavi, poi piazza della Libertà, con sosta innanzi al monumento che ricorda l'esodo da Istria, Dalmazia e Fiume, simbolo dell'offesa contro gli italiani. Infine, in piazza dell'Unità, per un concerto popolare diretto da Riccardo Muti ed eseguito da un'orchestra che ha visto suonare insieme musicisti italiani, sloveni e croati. Una manifestazione importante, impensabile qualche anno fa quando paure e separazioni ereditate dal passato erano ostacolo al dialogo e al confronto: foibe, crimini di guerra, deportazioni, esodo erano tutte parole pronunciabili o indicibili, a seconda dell'appartenenza politica e ideologica di ognuno, in una contrapposizione di memorie fondate su una forte componente di rimozione. Condividere significa esplorare le contraddizioni e le responsabilità. Un passato condiviso è un passato compreso: solo così la storia può essere lezione per il presente.


Siamo partiti proprio da quest'ultima frase che Anton ha letto sulla pagina di apertura dei miei fogli dedicati alle emissioni di Trieste A e che, in qualche modo, ci ha accompagnati nella rilettura della intera collezione del periodo, per fare alcune considerazioni. "Con Trieste B dovrai trovare un equilibrio difficile se vuoi raccontare una storia e non solo limitarti ad incasellare i francobolli", ha esordito Anton dopo un sorso di Lasko, la birra della regione bevuta in tutta la Slovenia. "Credo che tu possa migliorare il tuo racconto filatelico inserendovi un'introduzione, senza dover appesantire troppo la nuova sezione di Trieste B", ha poi proseguito, "perché se non lo fai rischi di spostare l'ago della bilancia più sulle ragioni di una parte rispetto all'altra, o meglio rischieresti di cadere nella trappola di giustificare l'ingiustificabile solo ad una fazione in campo, dimenticando che non esistono motivazioni che possono giustificare la disumanità, la ferocia di un essere umano esercitata su un'altra persona, senza ma e senza se". Effettivamente Anton non ha tutti i torti. Nello sviluppare la cronologia di Trieste A e le connesse emissioni di occupazione del periodo ho messo chiaramente in luce le violenze slave ai danni della comunità italiana, dalle foibe all'esodo, dalla slavizzazione forzata alla negazione di una identità culturale e linguistica. Così come per Trieste B avevo in serbo un'interessante apparato didascalico dedicato alle vicende degli italiani rimasti in quel territorio che, i successivi trattati avrebbero poi assegnato alla Jugoslavia. Una chiara visione monoculare. Tutto questo dimenticando i fatti accaduti assai prima e che da punto di vista postale o filatelico rientrerebbero a pieno titolo nel periodo del regno, piuttosto che in quello repubblicano, ma che se dimenticati rischierebbero di edulcorare ogni proposito di rendere i francobolli cronisti imparziali della nostra storia.


Anton mi ha fatto tornare in mente una citazione di Aldous Leonard Huxley che avevo letto sul saggio "Foibe" di Gianni Oliva: “i fatti non cessano di esistere perché sono ignorati”. Vero, prosegue poi Oliva, "i fatti sopravvivono al silenzio degli studiosi ed alle rimozioni dell'immaginario, e spesso si ripresentano all'improvviso, riscoperti da un documento d'archivio, da un ritrovamento casuale, da una testimonianza tardiva o interessata, e finiscono in questo modo per caricarsi di significati impropri. Le realtà taciute sono le più pericolose perché riemergono astratte dal loro contesto e chiedono ragione insieme di ciò che è accaduto e del perché si è scelto di ignorarlo o marginalizzarlo. I fatti, anche i più controversi, anche i più imbarazzanti e scomodi, hanno invece una loro logica, una loro spiegazione, un loro perché. Compito della ricerca storica è ricostruirli senza pregiudizi, coglierne le dinamiche, restituire l'atmosfera in cui sono maturati. Solo così la conoscenza del passato si trasforma in coscienza del presente".


Finita la birra, chiuso il nostro accordo di natura economica, abbiamo festeggiato il sodalizio filatelico a tavola, tra gli aromi ed i sapori della Slovenia più autentica. Poi, con la famiglia, eccoci tra le viuzze e le chiese di Celje. Un momento ludico, mitigato da un sole tiepido, a tratti rapito da qualche nube di passaggio. Una volta a casa, pensavo passeggiando, avrei cercato la giusta modalità per animare e sintetizzare la necessaria introduzione al mio percorso dedicato a Trieste ed alla regione giuliano istriana, seguendo i consigli di Anton.

Nemmeno il tempo di pensarci che ecco, dietro l'angolo, spuntare un inaspettato suggerimento. Roba da non crederci! Proprio innanzi ad uno degli angoli più suggestivi della cittadina ecco posizionati, a disposizione per i visitatori, una serie di pannelli predisposti per raccontare la storia e gli eventi della città utilizzando documenti e reperti postali, cartoline illustrate viaggiate, con tanto di affrancatura ed annulli in bella mostra.


Un'idea folgorante che mi ha convinto ad utilizzare, nella loro semplicità e senza l'altisonante titolo nobiliare di "pezzo raro", pochi semplici reperti di storia postale, riferibili al periodo 1920 - 1930, per dare vita a quel necessario prologo, accompagnato da una schematica cronologia degli eventi, fondamentale per fornire una genesi, oltre che un equilibrio, all'intero mio allestimento dedicato alla Trieste compressa tra la fine della Seconda Guerra Mondiale e la ricostruzione post bellica.



Il processo costruttivo che ho seguito nei mesi seguito al viaggio in Slovenia è stato veramente gratificante, non solo per la mera parte tecnica messa in cantiere nell'editare e montare i fogli degli album (in formato A4 per questa sezione), ma soprattutto per il piacere di sviluppare un percorso decisamente più articolato rispetto a quello originariamente concepito, tanto da farmi ipotizzare già una evoluzione futura che, nella sua parte introduttiva possa includere alcune zone di occupazione jugoslava ed il periodo compreso tra il 1943 ed il 1945, così come l'inserimento delle emissioni slave del litorale adriatico. Un passo dopo l'altro. Come sempre "le piccole cose si costruiscono un pezzo alla volta".


Tutto questo, scritto e raccontato in questo mio piccolo spazio in rete, per invitarvi a visitare il riallestimento del mio itinerario triestino. Manca ancora molto, ma credo che vi sia già il materiale necessario per proporvi una visita virtuale, con l'augurio che possa rappresentare uno stimolo per un nuovo viaggio filografico, filatelico e postale. Al momento l'allestimento è distribuito in due raccoglitori.

Nel primo album (F1), subito dopo un prologo veloce sui fatti e la cronologia che hanno preceduto emissioni ed eventi raccontati, si possono trovare i francobolli relativi alla Occupazione Anglo Americana del Venezia Giulia (AMG), sulla Occupazione jugoslava di Trieste, su Trieste A completa dei servizi e di alcuni reperti che testimoniano il ritorno all'Italia della città giuliana, oltre ad alcuni flash sulla filatelia contemporanea dedicata ai fatti della regione.


Nel secondo album (F2) si chiude, con i servizi, la sezione di Trieste A. Vi ho poi posizionato emissioni corrispondenti alla Amministrazione Militare jugoslava del 1947, alla Occupazione jugoslava di Fiume, al periodo filatelico di Trieste B completo dei servizi, oltre ad alcuni flash sulla filatelia contemporanea dedicata ai fatti della regione.