mercoledì 7 settembre 2016

Regno d'Italia: l'esordio parte seconda

Nel tagliare il nastro virtuale alla mia nuova sezione collezionistica dedicata al Regno d’Italia (vedi post precedente), ho voluto condividere le modalità con cui ho acquisito buona parte dei valori che oggi fanno bella mostra di sé (lo spero almeno) nei miei album “monarchici”. Per farlo ho raccontato la storia di un incontro e le considerazioni circa la qualità dei francobolli oggetto di un passaggio generazionale tra collezionisti, raccoglitori di due generazioni che hanno vissuto e vivono differenti orientamenti collezionistici e tendenze di mercato, tutto ciò per meglio contestualizzare epoche diverse. Sono proprio le radicali differenze tra i due mondi che mi offrono lo spunto per affrontare ora quel tema che, nel mio post precedente, ho volutamente omesso: ovvero i dubbi di natura economica e qualitativa di chi si appresta ad acquistare, anche in un passaggio di mano tra collezionisti, francobolli e reperti postali.


Non ci sono dubbi sul fatto che l’odierna realtà, che vede assottigliarsi il popolo dei filatelici appassionati, si riflette in un mercato ove, paradossalmente, a fronte anche di una sovrapposizione di nuovi attori capaci di sfruttare in modo dinamico il mondo della rete, alla ragionevole semplificazione che potrebbe favorire nuovi adepti, si è preferito optare per cervellotiche formule algebriche atte a determinare quotazioni e valori. Un ginepraio talvolta scoraggiante per il neofita che si avvicina all’hobby per antonomasia, ma anche, e lo confesso, per chi in quel mondo bazzica da un po’ di tempo. Alcune tra le considerazioni di base che ho già avuto modo di esprimere, mutuandole da alcuni autorevoli autori del mondo filatelico, sono ben raccontate anche nel sito dell’Accademia Italiana di Filatelia e Storia Postale, la quale, a proposito delle famose tracce di linguella, non esita a parlare come del “primo caso di forzatura commerciale attuata attraverso i cataloghi. Un modo per ridurre i pezzi commerciabili in circolazione e quindi farne lievitare il prezzo. Infatti se di un francobollo esistono in circolazione 50 mila pezzi in tutto, il prezzo è 100, ma se li divido in linguellati ed illinguellati il numero di questi ultimi scende a 20 mila, e la quotazione sale di conseguenza a 200. Se poi convinco la gente che solo l’illinguellato è degno di raccolta, la cifra sale ancora più su”. Ma di tutto questo avevamo già parlato, rimarcando come a godere di questa ingegnosa rielaborazione filatelico commerciale siano soprattutto i commercianti con minore esperienza poiché è decisamente più semplice controllare la verginità di una gomma, piuttosto che valutare tracce più o meno vistose di linguella e abbozzare una valutazione. Alcuni autori del settore considerano tale scelta come fonte di “vari sgradevoli risultati collaterali, a cominciare dal fatto che i linguellati sono diventati meno piazzabili da parte di tutti, collezionisti e vecchi commercianti, con immobilizzazione di oltre metà del patrimonio filatelico”. Senza considerare poi uno spiacevolissimo rovescio della medaglia: le manipolazioni da parte di “esperti” nel ridare verginità alle gommature che l’avevano persa, spesso in modo all’apparenza perfetto. Detto ciò non mi sono quindi sentito sorpreso dei dubbi che mi hanno arrovellato nel trovarmi innanzi ad una collezione del Regno che presentava molti valori linguellati, dubbi che ho spazzato via così come ho descritto nella prima parte di questo mio racconto dedicato alle modalità con cui ho acquisito buona parte dei valori del periodo monarchico. Il problema successivo era quindi quello di dare una giusta dimensione al peso economico dell’acquisto.


Vero è quello che alcuni autorevoli autori del mondo filatelico sostengono: il prezzo di mercato è da sempre influenzato da fattori non sempre legati alla qualità, quali la necessità di esaurire eccedenze in magazzino da parte di un commerciante, piuttosto che l’esigenza di tradurre in liquidità quanto fermo in negozio. Altrettanto vera è però anche la necessità di razionalizzare: perché un conto è che il valore di mercato subisca oscillazioni legate all’incontro tra richiesta ed offerta di quel determinato pezzo, ben altra cosa è districarsi tra incomprensibili formule algebriche che producono parabole ed iperboli influenzate da milioni di combinazioni tra dentellature, centrature, gommature e iatture varie, giusto per mantenere la rima. Tra le tante verità, a far girare la testa al povero collezionista si impegnano parecchio anche i cataloghi: se è infatti comprensibile un divario ragionevole tra l’uno e l’altro, essendo i cataloghi stessi un’evoluzione dei listini di vendita di commercianti od associazioni di commercianti che li hanno partoriti originariamente, lo è assai meno la pratica di dilatare il valore di ogni esemplare oltre la ragionevole umana e collezionistica comprensione. Dove è finito quello che un tal Franco Filanci, tra le pagine del suo Novellario citava come “l’onesto prezzo di vendita” praticabile in quel momento da un commerciante serio in grado di garantire il ritiro di quanto venduto in caso di contestazione? Difficile a dirsi. Perché se anche decidessimo di identificare un unico catalogo, ignorando con decisione tutti gli altri, ci troveremmo ad avere a che fare con le avvertenze. Sì. Avete capito bene! Quelle “scritte in piccolo” che ti segnalano che il prezzo indicato è per un esemplare eccelso (di quelli che se li trovi su ebay ti vien persino il dubbio che siano falsi), perché se così non fosse e il francobollo presentasse caratteristiche di assoluta normalità per l’epoca che lo ha generato, allora il valore sarebbe dimezzato o anche un po’ di più, o forse anche un po’ di meno. Chissà!



A questo punto potrei allungarmi in un’infinita discussione accademica sui dubbi che ogni collezionista odierno deve esorcizzare quando si trova innanzi ad un acquisto di un certo peso, perdendo di vista la logica che lo ha spinto a ricercare quel determinato pezzo o quella collezione che tanto gli serviva. Ma preferisco ricorrere, per fotografare tale situazione, alla sintesi di un’interessante analisi svolta nel 2012 dal Club della Filatelia d’Oro italiana. L'obiettivo della ricerca era quello di comparare le valutazioni espresse dai cataloghi (Bolaffi, Sassone e Unificato) con il ”prezzo di mercato” espresso attraverso le quote di realizzo delle principali aste filateliche, commissioni incluse, e quello dichiarato dai listini dei maggiori commercianti filatelici italiani, ponendo quindi un filtro di “ufficiale competenza” atto ad escludere tutte quelle fluttuazioni anomale tipica delle transazioni on line attraverso canali quali ebay e delcampe. Scopo dichiarato dello studio quello di fornire “con spirito costruttivo e nell'interesse generale dei filatelisti e di tutti gli operatori, uno strumento di ausilio e di orientamento sul mercato filatelico”. Tale lavoro di analisi e di comparazione, è lo stesso Club della Filatelia d'Oro ad ammetterlo tra le righe, “è stato lungo e non facile”, in primo luogo per la “differenza, a volte notevole, tra i valori indicati dai diversi cataloghi per lo stesso francobollo ed a parità di qualità”. Si tratta di un divario assai poco comprensibile poiché, anche ammettendo che ogni catalogo, in quanto prezioso strumento pratico e tecnico, costituisca un “unicum” per il suo corredo culturale e filatelico, per le modalità di numerazione e classificazione, fatica a trovare fondamento un tale scostamento tra gli stessi quando si tratta invece della quotazione. Sono le stesse descrizioni, che fanno bella mostra di sé nelle pagine introduttive di ogni catalogo, a rendere ardua l'individuazione di “un criterio qualitativo comune” da utilizzare nel benchmarking operato dal Club, una disomogeneità che ha obbligato gli autori della ricerca a scelte atte a circoscrivere, per quanto possibile, uno standard. Così per il catalogo Bolaffi si è fatto riferimento alla qualità media (q.m.), visto che le quotazioni per la qualità 100% riportate dal medesimo catalogo, oltre alle varianti legate a certificati di vario tipo, faticano a trovare un riscontro nella qualità del materiale normalmente immesso sul mercato attraverso aste. Per il catalogo Sassone i ricercatori del Club hanno collocato in tabella francobolli definibili “ottima prima scelta”, mentre per il catalogo Unificato si è preso come indice qualitativo i francobolli  “normali in buone condizioni”.



Leggendo la relazione finale prodotta dal Club della Filatelia d'Oro appare quindi chiaro che il valore di catalogo si pone come un dato teorico riferito ad uno stato del francobollo assolutamente concettuale nel rispetto di qualità e freschezza, quindi impattante rispetto alle necessarie oscillazioni di prezzo dovute alla massiva diversificazione qualitativa dei reperti dentellati presenti sul mercato, variazioni talvolta consistenti e difficili da porre in diretta relazione al francobollo che abbiamo innanzi. Nelle tabelle riassuntive della ricerca, che invito i più interessati a consultare integralmente, appare in chiara evidenza il risultato matematico di quanto fin qui enunciato: un divario sorprendente tra le quotazioni (riferite nella comparazione a francobolli con piena gomma e senza traccia di linguella) dei singoli cataloghi, distanza ancor più sorprendente nella comparazione con i prezzi di realizzo, commissione inclusa, delle aste filateliche del periodo e con quelli dei listini dei maggiori commercianti filatelici. La conclusione espressa dagli autori è sintetizzata in un esempio dove ad un valore di catalogo di 100, al quale però corrisponde un prezzo di mercato pari a 25, risulterebbe più coerente ed aderente alla realtà un valore massimo di catalogo di 50. Non sfugge che “i prezzi di catalogo troppo lontani dalla realtà di mercato, creino confusione, soprattutto nei meno esperti”. Inoltre “la disomogeneità dello standard qualitativo di riferimento dei diversi cataloghi, rende arduo, anche per un addetto ai lavori, individuare il prezzo corretto”.



Tutto quanto scritto e citato per trasmettere, a chi legge, il mio momento di lucido sgomento nel valutare il prezzo di acquisizione del mio insieme del Regno d'Italia, così come acquistato da un altro collezionista, in un passaggio generazionale ed in un incontro (già raccontato su questo blog) tra appassionati. In quei momenti, innanzi alla collezione di chi mi proponeva il passaggio di mano, ho dunque deciso cercando di pormi alcuni fondamentali quesiti, equa mediazione tra sentimento (irrazionale) e mercato (razionale). I francobolli nell'album erano in buono stato di conservazione e di freschezza, pur essendo in buona parte linguellati? Sì. Valutando l'intera collezione, inclusi i pezzi mancanti, quanto tempo mi ci sarebbe voluto per rimetterla insieme inseguendo aste, rincorrendo offerte? Tantissimo. Se anche tale tempo non fosse stato un problema, esisteva il rischio reale che il valore finale, pur con qualche serie di migliore qualità, levitasse assai oltre l'offerta sul tavolo? Sì, anche perché non avevo scorto nei precedenti mesi di ricerche nessuna offerta o asta in cui si riscontrasse, per analogo materiale, una quotazione nemmeno comparabile. Va da sé che il risultato finale è stato una stretta di mano ed un acquisto che continuo a reputare vantaggioso e di soddisfazione. La vendita di alcune serie duplicate, dei fogli e della cartella in cui erano contenuti i valori, mi ha permesso di ridare una nuova e più ricca collocazione ai francobolli, grazie anche ai nuovi fogli iconografici a 32 anelli che Bolaffi ha prodotto per l'intero periodo del Regno.



Al momento sto ancora lavorando alla collocazione dei servizi, della luogotenenza, della Repubblica Sociale Italiana, nonché di alcuni approfondimenti tematico postali, tutti elementi cui vorrei, nel tempo, offrire un degno percorso espositivo.


Puoi consultare l'intera mia collezione qui


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