lunedì 1 agosto 2016

Regno d'Italia: l'esordio nella mia collezione

Un post era davvero inevitabile. Quanto meno per celebrare degnamente l'apertura di una nuova sezione nel mio personale percorso filatelico espositivo.  Un simbolico taglio del nastro per l'inaugurazione degli album che rappresentano oggi il mio punto di partenza per viaggiare tra i francobolli del Regno d'Italia. Scrivo di questo evento (e per me vi assicuro lo è per davvero) perché l'epoca che inizia con l'unità d'Italia vanta emissioni centenarie e ci racconta, nei risvolti della postalità, di un periodo importantissimo nella genesi del nostro Paese. Una storia tanto importante quanto tormentata, un'era che, dalla consapevolezza dell'unitarietà, passa attraverso due guerre mondiali, una dittatura lunga un ventennio e la caduta della monarchia con la conseguente nascita della repubblica.



Il mio "Regno" è stato, sino a qualche mese fa, chiuso in una sorta di baule, di quelli che conservano in un limbo i reperti museali non ancora catalogati. Quell'insieme di valori, in buona parte obliterati e relativi al periodo più moderno, lo avevo raccolto nel corso degli anni con l'idea di dare un senso al contesto storico e postale del periodo, ma mi è sempre sembrato troppo frammentato, privo di quei valori essenziali a motivarne l'allestimento, con numerose serie incomplete ed evidenti buchi temporali nella cronologia delle emissioni. Tutti deficit di vitamina S, dove la sinuosa lettera dell'alfabeto è sinonimo di "soldi". Già! Ci piaccia o no, raccogliere un discreto insieme di valori del Regno d'Italia, senza contare i possibili approfondimenti, va ben oltre la buona volontà, ma impone anche un adeguato progetto di risparmio da riversare negli acquisti filatelici. La costanza però è sempre premiata e la possibilità di far coincidere il mio budget (accumulato nel tempo) con un acquisto interessante si è rivelata d'improvviso in un bel giorno di primavera. Sfogliando a video, e in verità senza nemmeno troppa convinzione, una serie di annunci ne ho incrociato uno che parlava di una collezione del Regno, ripetutamente messa in vendita e con un'interessante replica che diminuiva la pretesa economica rispetto a quella iniziale. L'unica opzione possibile era quella di alzare il telefono ed approfondire.


Dall'altro capo del filo, a presentarsi come collezionista vicino alle settanta primavere, mi rispose la voce graffiante, resa roca al punto giusto da un pacchetto al giorno di "Nazionali", di quelle che per metà della vita sono state le "senza filtro" per eccellenza. La prima domanda non l'ho fatta io, benché ne avessi diritto da papabile acquirente, ma l'ha posta il decano filatelico: "collezionista o commerciante?". La mia risposta, da appassionato raccoglitore, deve essergli risuonata rassicurante perché in pochi secondi l'argomento è diventato la collezione stessa, un insieme di valori raccolti nel corso di molti anni, con serie complete a partire dal 1912, inclusi buona parte dei servizi, gli espressi, l'aerea e molto altro ancora, in maggioranza, ed ecco il dubbio del primo approccio, e per la parte più "antica" linguellati.

Le linguelle, fin troppo demonizzate dal commercio filatelico dei tempi moderni, hanno in qualche modo segnato il percorso della filatelia, ma anche distorto, stante i parametri imposti dal commercio di settore, il concetto di reperto filatelico. Una distorsione di cui sono convinto, ma alla quale, nonostante le mie idee di raccoglitore, non ho saputo evitare. Di necessità ho comunque fatto virtù e sono andato a rispolverare qualche datato, ma interessante trattato sulla storia della filatelia e l'evoluzione del modo di collezionare nel corso dei decenni.



Tra le tante righe lette, ho trovato quale efficace sostegno alle mie teorie, un recente intervento a firma di Franco Filanci tra le pagine del suo Novellario, nel capitolo dedicato proprio alle "avvertenze" e modalità d'uso dello stesso. A proposito di qualità dei francobolli Filanci sostiene che "è bene rammentare che i francobolli, gli interi postali, le lettere e gli altri documenti che mettiamo in collezione sono innanzi tutto dei reperti del passato, e come tali valgono le regole museali: l'importante è averli e conservarli bene. Ovvio che si voglia avere i pezzi più belli, oltre che significativi, ma non bisogna mai mettere questo desiderio al primo posto, magari pretendendo l'impossibile. Tra l'altro, che cosa penseresti di una scrivania Chippendale o Luigi XV tanto perfetta da non mostrare nemmeno un graffietto o un forellino di tarlo? Sicuramente avresti il dubbio che non sia così originale come dice il venditore. E soprattutto penseresti che gli manca quel senso di datato che in definitiva è il fascino delle cose del passato degne di collezione."


La corroborante lettura mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti del mio possibile acquisto: punto primo, quei francobolli che avrei potuto fare miei io non li possedevo o se li avevo in casella erano senza dubbio di qualità inferiore; punto secondo, la linguella era l'inevitabile garanzia di un passaggio generazionale tra collezionisti, poiché quella strisciolina di carta, della misura di circa due centimetri per cinque millimetri, era, fino alla fine degli anni Quaranta, il metodo tradizionale per applicare i francobolli sugli album dei collezionisti filatelici. Fino a tale data, infatti, non esistevano in commercio raccoglitori filatelici con taschine o strisce trasparenti e l'unico modo per tenere fermo il francobollo in una certa posizione del foglio era quello di applicare la linguella sul francobollo e tramite questa poter incollare senza danni irrimediabili lo stesso sul foglio nella posizione desiderata. Punto terzo: se tutti i valori fossero stati allo stato di nuovo, tenuto conto dell'età dichiarata del venditore nato nel 1945 e del mercato filatelico del periodo in cui lo stesso collezionista operava le sue ricerche, verrebbe da dubitare sulla genuinità di qualche francobollo, al punto da porsi dilemma di sottoporre gli stessi dentellati a perizie atte a scongiurare furbesche e non così improbabili operazioni di rigommatura. Il punto quarto è il prezzo, di cui non voglio disquisire ora, ma che mi impegno a tradurre in riflessione nel prossimo post.


Lo stesso Filanci prosegue affermando l'evidenza che "chi guarda un esemplare nuovo sistemato in un foglio d'album non può certo vederne il retro", ma anche sostenendo che per esemplari "in condizioni super se non addirittura superqualisplendideeccelseextrasuperose è impossibile e persino un po' assurdo indicare precisi plus valori". Tant'è che le istruzioni per l'uso, esplicitate nel Novellario, parlano di francobolli in buone condizioni di conservazione e con caratteristiche di centratura, margini e dentellatura conformi alle tecniche di produzione dell'epoca in cui erano venduti e impiegati, oltre che al collezionismo che ce li ha tramandati. Ovvero piuttosto decentrati e con dentellature irregolari sino al 1928; linguellati sino alla fine degli anni '40.

A questo punto non avevo altra alternativa che mettermi in auto, puntare diritto verso le langhe del Piemonte, salire tra i filari ed accettare un buon caffè da quel collezionista venditore che aveva deciso di appendere il suo album al chiodo. L'incontro valeva davvero la pena. I francobolli, nonostante qualche segno di linguella, apparivano freschi e ben conservati nel loro insieme, stante qualche fisiologico ingiallimento dovuto al tempo sui valori più antichi, ma l'insieme proponeva anche molti esemplari precedenti il 1912, con qualche bel valore obliterato e qualche altro dentellato al nuovo. Tra le pagine dell'album anche qualche non emesso ed i trittici della trasvolata di Balbo a far la loro bella figura. Il prezzo ora appariva assai più interessante, ma soprattutto si apriva per me la possibilità di aprire i bauli nei depositi e lavorare ad un vero percorso espositivo dedicato al periodo monarchico, seguito all'unità d'Italia.


Ma perché tal collezionista s'era messo in testa di cedere la sua raccolta? Quasi mi sentivo in colpa di sottrarla con un golpe filatelico a colui che, per parte della propria vita, s'era dato pena di metterla insieme.

L'aroma del caffè caldo accompagnò la risposta alla mia domanda, a quel perché. Nella paura, a mio parere ingiustificata, vista la straordinaria loquacità del mio interlocutore, di lasciare la terrena dimora senza preavviso alcuno (l'atmosfera narrativa è volutamente dantesca), il mio interlocutore era terribilmente angosciato di vedere disperso il suo percorso filatelico o, ancora peggio, di vederlo gettato e dimenticato in qualche umido ripostiglio, stante il totale disinteresse manifestato dai figli e l'assenza di un qualche nipote affascinato da quei colorati pezzetti di carta gommata. L'idea che un altro collezionista perpetuasse in qualche modo quell'insieme di francobolli pazientemente raccolti era più appagante di un lascito alla soffitta di casa o al mercatino delle pulci.

Ed ecco raccontata la genesi di questo primo percorso espositivo dedicato al Regno, cui ho aggiunto qualche pezzo già in mio possesso ed al quale mi auguro d'offrire in futuro qualche interessante arricchimento.

http://territoridicarta.blogspot.it/p/la-collezione.html

Puoi trovare i link a primi tre album del mio percorso dedicato al Regno d'Italia all'interno della mia  collezione qui.

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