venerdì 22 luglio 2016

Passione, feticismo e patologia del collezionismo

La domanda che spesso mi sento rivolgere quando qualcuno interagisce con la mia collezione, sia in modo diretto, sfogliando uno dei miei album, oppure in modo virtuale visualizzandoli a colpi di clic, è quanto tempo dedico alla mia passione. Non l'unica per fortuna! Generalmente l'istinto mi porterebbe ad esclamare "parecchio", ma se rispondessi in modo così passionale cadrei certamente in errore. Sì. Perché poi, a pensarci bene, dedico molto meno tempo ai miei reperti postali di quanto faccia un tifoso di calcio per la sua "fede" sportiva, sommando partite, trasferte, discussioni da bar, tempo televisivo, satellitare, in chiaro o pay tv che essa sia. E non ho calcolato la Gazzetta dello Sport!


Se rispondessi così però rientrerei nella categoria degli alchimisti della statistica, quelli del "che se io mangio due polli grigliati e tu nemmeno uno, ne abbiamo mangiato in media uno a testa", in barba al rumoreggiare antipatico del tuo stomaco vuoto. Quindi, nella risposta al quesito e nel computo temporale, va o non va considerato il tempo di lettura o di approfondimento? Ovvero, se chi scrive è persona che, quale hobby creativo ed intellettivo, ha nutrito l'amore per la lettura, il tempo dedicato ad un saggio sulle vicende triestine (propedeutico, se non fondamentale, per dare un senso alla raccolta filatelica di Trieste), deve calcolarsi come tempo addebitato alla filatelia o è parte esclusiva del proprio flirt per la letteratura? Se, ad esempio, da cultore del documentario storico d'autore, il collezionista trova spunto nella visione di programma televisivo dedicato all'esplorazione polare per modificare, strutturare o accomodare in modo del tutto nuovo i sui reperti, quel tempo di visione a quale hobby andrà addebitato? Alla filatelia o al documentario?

Vien da se che la risposta al quesito originario "quanto tempo dedico alla mia passione" è una sola: "il tempo disponibile e necessario". Disponibile e necessario rispetto ad una personale soddisfazione, ad una necessaria voglia di ludico svago dagli impegni quotidiani, compatibilmente con le priorità del quotidiano esistere. Colgo l'occasione per impantanarmi in questa divagazione giusto per dare un senso al tempo che dedico alla mia collezione e un tempo a ciò che non ha senso nel commentare ciò che accomuna il popolo dei collezionisti.



Né troppo poco, né in eccesso. Ma esiste veramente quel risvolto patologico che travalica la sana follia che ci pervade ogni qualvolta teniamo un dentello tra le mani?

Nel rilanciare il quesito mi è tornato alla mente un articolo che mi lasciò parecchie perplessità e che, pur con tutto il rispetto possibile, non mancò di strapparmi pure qualche sorriso, di quelli che ti vengono spontanei quando si mette in atto il tentativo di trattare con troppo rigore scientifico qualcosa che principalmente ludico dovrebbe essere. A scriverlo è Barbara Rossi sul sito del Centro Italiano Sviluppo Psicologia di Roma. L'autrice identifica tra le caratteristiche di un collezionista del nostro tempo "il desiderio di possedere un oggetto raro, rappresentativo di una certa epoca, di cui può godere singolarmente in segreto o eventualmente con pochi privilegiati. Inoltre l’oggetto deve avere un certo “carattere” in termini di significato simbolico. Lo scopo che soddisfa il collezionismo è vario: un modo per evadere, o per esprimersi, per comunicare, per distrarsi, per condividere con pochi altri in grado di comprendere l’unicità di quel particolare oggetto. Ancora, collezionare è sfidare il tempo, è tuffarsi nella storia per ridare vita a delle passioni umane, un rivivere le vicende che hanno portato alla creazione di quel particolare oggetto."

Caratteristiche, quelle citate dalla Rossi, sulle quali periodicamente filosofeggiamo, in modo particolare su quello stantio senso esoterico del collezionismo solitario, quasi asociale, quello che forse allontana più che avvicinare nuovi 'adepti'.

L'autrice però prosegue sottolineando che "il collezionista, in questa veste di raccoglitore attento, svolge anche un’importante funzione di controllo rispetto a sue particolari ansie. Un vecchio proverbio dice: 'se non puoi vincerlo, alleatici!' e collezionare è anche un modo funzionale e indiretto per annullare la percezione del passaggio del tempo, per evitare di separarsi dal passato o dai ricordi, per evitare di essere travolto dalle passioni più umane e carnali. Egli gode dell'oggetto in gran segreto, si sente un privilegiato per questo e quindi anche presuntuoso".



Ed allora? Vien da domandarsi fino a che punto il valore del “chi sono” si misura con il “cosa possiedo”? Quando si tratta di una nobile passione artistica e quando invece di una patologia ormai cronicizzata? L'autrice dell'intervento prosegue ribadendo che "anche una mostra è una collezione di quadri, di oggetti rappresentativi di un tempo, che nessuno considera espressione di patologia, e che spesso siamo sollecitati a vedere e commentare. Stimola nuove idee, pensieri creativi, nuovi sguardi prospettici, per cui allarga la nostra visione del mondo. La passione diventa mania quando il collezionista è irretito nella tensione e nel desiderio dell'accumulo, fino a cadere in una voragine che attrae ipnoticamente e alla quale è impossibile sottrarsi. Da questo vortice nasce la domanda cruciale: «fino a che punto sono io il protagonista, e fino a che punto, per converso, sono io il succube delle cose?». Questa domanda si accompagna a un certo malessere. Quando una persona si pone tale domanda spesso significa che ha già attraversato il confine, che ha perso il controllo, il protagonismo della situazione. “Le cose che possiedi prima o poi ti possiedono" e questo potrebbe essere ricordato come monito per tutti.

La frase ad effetto fa molto sceneggiatura da serial americano, di quelli stile Criminal Minds, tipo "a forza di guardare dentro l'abisso, prima o poi sarà l'abisso a guardare dentro di te". Comunque la si voglia raccontare è indubbio che una collezione è in parte rivelatrice della personalità del collezionista. In termini psicologici, ci parla simbolicamente e segretamente dell’oggetto delle sue ansie e dei suoi desideri, quindi di una parte di se stesso. La Rossi prosegue ribadendo che "ci sono collezionisti di francobolli, che ci parlano della paura del cambiamento, del timore nella relazione con gli altri; i collezionisti di monete, che indirettamente comunicano sul valore che diamo alle cose; il collezionista di preservativi, che parla di un’ansia che pervade l’area della sessualità, la paura del contatto, il bisogno di proteggersi nello scambio con l’altro, la mediazione tra sé e altro, il desiderio di una relazione; il collezionista di fiammiferi, strumenti di difesa e di attacco; il collezionista di borsette di carta o plastica, magari di Paesi diversi, dove il desiderio di essere cittadino del mondo si accompagna al bisogno di proteggere le proprie origini."



C'è però chi non è affatto d’accordo con le teorie psicanalitiche sul culto dell’harem, che mettono in relazione il collezionismo ossessivo con il feticismo. Lo dice a chiare lettere un tal Alberto Bolaffi, attraverso un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa nel luglio 2015, a firma di Mario Baudino, dal titolo accattivante: “Raccogliere oggetti? Uno stadio dell’evoluzione”.  Gli oggetti raccolti pazientemente o furibondamente non sono odalische intercambiabili, fantasmi che sostituiscono la realtà. Al contrario, dice il celebre mercante di collezioni, e collezionista va da sé lui stesso, non si tratta né di malattia né di perversione, ma proprio di una della «nostre efficienze intellettuali». Collezionare è quindi un concentrato di esperienze, è osservare, conservare, comunicare. "L’uomo ha già cominciato la sua evoluzione collezionando. Che cosa sono le grotte dipinte se non una forma di comunicazione e una collezione?». Se lo chiede lo stesso intervistato, citando pure un Giulio Cesare che "raccoglieva monete della Repubblica e dei territori conquistati". Ma prima di lui, quanti hanno raccolto conchiglie, drappi, statue di dei? Ne troviamo le tracce più antiche nelle tombe, fra morte appunto e sogno di rinascita". In fondo una collezione nasconde anche un po' del nostro recondito desiderio di eternità, nascosto in quella segreta speranza di trasmettere la passione ai figli insieme a quanto abbiamo raccolto, affinché la collezione si perpetui per generazioni.

Ma il rischio dell'ossessione dunque esiste? Una delle risposte all'intervista è chiara "se una persona non ha un buon equilibrio può combinare disastri. Nella filatelia ci sono stati anche casi di omicidi per pezzi contesi". Prima dell’età moderna collezionare era quasi un obbligo per i ricchi e i potenti, per ragioni che andavano dal prestigio alla mistica. Collezionare significava sapere, ed è curioso quanti dipinti rappresentino personaggi potenti con un foglio e una penna in mano, per sottolineare che sapevano leggere e scrivere. La società moderna ha certamente mutato confini e modalità del collezionare. Ma per molti raccoglitori la famosa casella vuota resta quella che non ti lascia dormire di notte. A questo punto, avverto chi mi sta leggendo, si scopre che esiste un immenso mondo di esperti, di molto esperti, di espertissimi che si offrono come guida nel micrcosmo freudiano della dipendenza da accumulo (chissà poi cosa c'entra con il collezionismo) e che cercare di seguirne il filo e come addentarsi nella tana del Bianconiglio ed allora sì... che davvero sarebbe difficile dormire la notte, altro che casella mancante.


Qualcuno arriva persino a citare i risultati di un nuovo studio di scansione celebrale, pubblicato online dagli “Archives of General Psychiatry ”  e diretto da David Tolin della Yale University School of Medicine “,  il disturbo da accumulo compulsivo è  “un’acquisizione eccessiva ed un’incapacità di gettare via oggetti, con conseguente disordine disabilitante". Quindi? Nell'articolo si raccomanda: “Cercate di mantenere l’igiene personale e di fare il bagno. Se avete accatastato degli oggetti nella vasca o nella doccia, spostateli per potervi lavare ”. Tiro un sospiro di sollievo: i francobolli nella vasca da bagno proprio non ci vanno, salvo che si decida per uno scollamento stile industriale di valori obliterali dalle buste.

Vero è che la fantasia dei collezionisti non ha limite, ma attenzione qualunque sia l'oggetto del desiderio (francobolli inclusi), tutti i collezionisti condividono un rischio: potrebbero sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo. Non lo dico io! Sono affermazioni della psicologa Francisca Lòpez Torrecillas, esperta di dipendenze del Dipartimento per la valutazione e la terapia dei disturbi della personalità dell'università di Granada, in Spagna, ne è convinta sulla base della sua esperienza in clinica: «Negli ultimi anni ho osservato un numero crescente di casi in cui il collezionismo senza controllo è sfociato in un vero disturbo ossessivo-compulsivo o nella dipendenza da shopping

Quindi? «Se resta nella forma di hobby ed è sotto controllo, il collezionismo è addirittura positivo per il benessere mentale, perché aiuta a sviluppare doti importanti come la perseveranza, l'ordine, la pazienza, la memoria", spiega Lòpez Torrecillas. "Purtroppo molti collezionisti hanno spesso tratti caratteriali come il perfezionismo o la meticolosità, notoriamente correlati ai disturbi ossessivo-compulsivi.» Prendo nota, ma il rimescolamento di carte comincia a farmi girar la testa. Pensavo che collezionar francobolli fosse una semplice passione, un modo per rilassarsi come tanti, magari un po' vecchio stile, ma da qui a pensar d'esser un caso clinico...



Ancora non lo vedo il Bianconiglio, ma già comincio a pensarlo perché mi pareva anche di aver letto che si colleziona per un bisogno di possesso, ordine, conservazione e classificazione. Cercare oggetti, classificarli, assemblarli attiva una serie di processi mentali, quali l’indagine, la formulazione di un’ipotesi sui percorsi da seguire per trovare ciò che si vuole, la valutazione e la scelta. La conseguenza di questo lavoro è l’ottimizzazione delle proprie capacità di giudizio e decisione." 

A dirlo è il presidente dell’Associazione Italiana Psicologia e Psicoterapia, Carlo Cerracchio in un ampio approfondimento sul tema pubblicato da I-Cult che prosegue nel sostenere che collezionare  significa mantenere ferma l’attenzione su un tema e ciò equivale a una sorta di meditazione concreta che porta a focalizzare i pensieri e i sentimenti. Concentrare la mente su uno o più oggetti fa variare l’attività elettrica del cervello che porta ad un senso di calma e benessere. Collezionare equivale a possedere e il possesso trasmette sicurezza. Inoltre mettere insieme gli oggetti risponde a un desiderio di protezione, e il ritrovamento di un pezzo raro fa sentire bravi, capaci di farcela. Collezionare aiuta a acquistare consapevolezza sulle proprie capacità e quindi potenzia l’autostima. Significa superare il senso di inadeguatezza, imparare a conoscersi e scoprire le proprie qualità.



A questo punto mi pare assai difficile autovalutare se sono un genio iper razionale od un pazzo compulsivo, se soffro di disturbi della personalità per via dei francobolli che colleziono e se dispongo di un superpotere che mi consente, attraverso un piccolo rettangolo di carta, di evocare miti e leggende di altri tempi.

Il Bianconiglio è qui davanti a me e mi sta apettando per un giro turistico.

Chiudo dunque con una citazione di altri tempi, che vale assai di più delle mie 15 mila battute di questo post: "il collezionista possiede una preziosa qualità, la capacità di meravigliarsi del mondo e dei suoi oggetti, di intuirne la potenza evocativa, di entusiasmarsi della loro scoperta, di creare nessi tra i grandi capolavori e le piccole cose che ne hanno costituito il contesto storico, dando un’immagine più completa della cultura del passato (Benjamin, W. 1966).

Puoi trovare i link a tutti gli album della mia collezione qui.
Oppure puoi consultare la guida alla mia collezione:

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