venerdì 22 luglio 2016

Passione, feticismo e patologia del collezionismo

La domanda che spesso mi sento rivolgere quando qualcuno interagisce con la mia collezione, sia in modo diretto, sfogliando uno dei miei album, oppure in modo virtuale visualizzandoli a colpi di clic, è quanto tempo dedico alla mia passione. Non l'unica per fortuna! Generalmente l'istinto mi porterebbe ad esclamare "parecchio", ma se rispondessi in modo così passionale cadrei certamente in errore. Sì. Perché poi, a pensarci bene, dedico molto meno tempo ai miei reperti postali di quanto faccia un tifoso di calcio per la sua "fede" sportiva, sommando partite, trasferte, discussioni da bar, tempo televisivo, satellitare, in chiaro o pay tv che essa sia. E non ho calcolato la Gazzetta dello Sport!


Se rispondessi così però rientrerei nella categoria degli alchimisti della statistica, quelli del "che se io mangio due polli grigliati e tu nemmeno uno, ne abbiamo mangiato in media uno a testa", in barba al rumoreggiare antipatico del tuo stomaco vuoto. Quindi, nella risposta al quesito e nel computo temporale, va o non va considerato il tempo di lettura o di approfondimento? Ovvero, se chi scrive è persona che, quale hobby creativo ed intellettivo, ha nutrito l'amore per la lettura, il tempo dedicato ad un saggio sulle vicende triestine (propedeutico, se non fondamentale, per dare un senso alla raccolta filatelica di Trieste), deve calcolarsi come tempo addebitato alla filatelia o è parte esclusiva del proprio flirt per la letteratura? Se, ad esempio, da cultore del documentario storico d'autore, il collezionista trova spunto nella visione di programma televisivo dedicato all'esplorazione polare per modificare, strutturare o accomodare in modo del tutto nuovo i sui reperti, quel tempo di visione a quale hobby andrà addebitato? Alla filatelia o al documentario?

Vien da se che la risposta al quesito originario "quanto tempo dedico alla mia passione" è una sola: "il tempo disponibile e necessario". Disponibile e necessario rispetto ad una personale soddisfazione, ad una necessaria voglia di ludico svago dagli impegni quotidiani, compatibilmente con le priorità del quotidiano esistere. Colgo l'occasione per impantanarmi in questa divagazione giusto per dare un senso al tempo che dedico alla mia collezione e un tempo a ciò che non ha senso nel commentare ciò che accomuna il popolo dei collezionisti.



Né troppo poco, né in eccesso. Ma esiste veramente quel risvolto patologico che travalica la sana follia che ci pervade ogni qualvolta teniamo un dentello tra le mani?

Nel rilanciare il quesito mi è tornato alla mente un articolo che mi lasciò parecchie perplessità e che, pur con tutto il rispetto possibile, non mancò di strapparmi pure qualche sorriso, di quelli che ti vengono spontanei quando si mette in atto il tentativo di trattare con troppo rigore scientifico qualcosa che principalmente ludico dovrebbe essere. A scriverlo è Barbara Rossi sul sito del Centro Italiano Sviluppo Psicologia di Roma. L'autrice identifica tra le caratteristiche di un collezionista del nostro tempo "il desiderio di possedere un oggetto raro, rappresentativo di una certa epoca, di cui può godere singolarmente in segreto o eventualmente con pochi privilegiati. Inoltre l’oggetto deve avere un certo “carattere” in termini di significato simbolico. Lo scopo che soddisfa il collezionismo è vario: un modo per evadere, o per esprimersi, per comunicare, per distrarsi, per condividere con pochi altri in grado di comprendere l’unicità di quel particolare oggetto. Ancora, collezionare è sfidare il tempo, è tuffarsi nella storia per ridare vita a delle passioni umane, un rivivere le vicende che hanno portato alla creazione di quel particolare oggetto."

Caratteristiche, quelle citate dalla Rossi, sulle quali periodicamente filosofeggiamo, in modo particolare su quello stantio senso esoterico del collezionismo solitario, quasi asociale, quello che forse allontana più che avvicinare nuovi 'adepti'.

L'autrice però prosegue sottolineando che "il collezionista, in questa veste di raccoglitore attento, svolge anche un’importante funzione di controllo rispetto a sue particolari ansie. Un vecchio proverbio dice: 'se non puoi vincerlo, alleatici!' e collezionare è anche un modo funzionale e indiretto per annullare la percezione del passaggio del tempo, per evitare di separarsi dal passato o dai ricordi, per evitare di essere travolto dalle passioni più umane e carnali. Egli gode dell'oggetto in gran segreto, si sente un privilegiato per questo e quindi anche presuntuoso".



Ed allora? Vien da domandarsi fino a che punto il valore del “chi sono” si misura con il “cosa possiedo”? Quando si tratta di una nobile passione artistica e quando invece di una patologia ormai cronicizzata? L'autrice dell'intervento prosegue ribadendo che "anche una mostra è una collezione di quadri, di oggetti rappresentativi di un tempo, che nessuno considera espressione di patologia, e che spesso siamo sollecitati a vedere e commentare. Stimola nuove idee, pensieri creativi, nuovi sguardi prospettici, per cui allarga la nostra visione del mondo. La passione diventa mania quando il collezionista è irretito nella tensione e nel desiderio dell'accumulo, fino a cadere in una voragine che attrae ipnoticamente e alla quale è impossibile sottrarsi. Da questo vortice nasce la domanda cruciale: «fino a che punto sono io il protagonista, e fino a che punto, per converso, sono io il succube delle cose?». Questa domanda si accompagna a un certo malessere. Quando una persona si pone tale domanda spesso significa che ha già attraversato il confine, che ha perso il controllo, il protagonismo della situazione. “Le cose che possiedi prima o poi ti possiedono" e questo potrebbe essere ricordato come monito per tutti.

La frase ad effetto fa molto sceneggiatura da serial americano, di quelli stile Criminal Minds, tipo "a forza di guardare dentro l'abisso, prima o poi sarà l'abisso a guardare dentro di te". Comunque la si voglia raccontare è indubbio che una collezione è in parte rivelatrice della personalità del collezionista. In termini psicologici, ci parla simbolicamente e segretamente dell’oggetto delle sue ansie e dei suoi desideri, quindi di una parte di se stesso. La Rossi prosegue ribadendo che "ci sono collezionisti di francobolli, che ci parlano della paura del cambiamento, del timore nella relazione con gli altri; i collezionisti di monete, che indirettamente comunicano sul valore che diamo alle cose; il collezionista di preservativi, che parla di un’ansia che pervade l’area della sessualità, la paura del contatto, il bisogno di proteggersi nello scambio con l’altro, la mediazione tra sé e altro, il desiderio di una relazione; il collezionista di fiammiferi, strumenti di difesa e di attacco; il collezionista di borsette di carta o plastica, magari di Paesi diversi, dove il desiderio di essere cittadino del mondo si accompagna al bisogno di proteggere le proprie origini."



C'è però chi non è affatto d’accordo con le teorie psicanalitiche sul culto dell’harem, che mettono in relazione il collezionismo ossessivo con il feticismo. Lo dice a chiare lettere un tal Alberto Bolaffi, attraverso un articolo pubblicato sul quotidiano La Stampa nel luglio 2015, a firma di Mario Baudino, dal titolo accattivante: “Raccogliere oggetti? Uno stadio dell’evoluzione”.  Gli oggetti raccolti pazientemente o furibondamente non sono odalische intercambiabili, fantasmi che sostituiscono la realtà. Al contrario, dice il celebre mercante di collezioni, e collezionista va da sé lui stesso, non si tratta né di malattia né di perversione, ma proprio di una della «nostre efficienze intellettuali». Collezionare è quindi un concentrato di esperienze, è osservare, conservare, comunicare. "L’uomo ha già cominciato la sua evoluzione collezionando. Che cosa sono le grotte dipinte se non una forma di comunicazione e una collezione?». Se lo chiede lo stesso intervistato, citando pure un Giulio Cesare che "raccoglieva monete della Repubblica e dei territori conquistati". Ma prima di lui, quanti hanno raccolto conchiglie, drappi, statue di dei? Ne troviamo le tracce più antiche nelle tombe, fra morte appunto e sogno di rinascita". In fondo una collezione nasconde anche un po' del nostro recondito desiderio di eternità, nascosto in quella segreta speranza di trasmettere la passione ai figli insieme a quanto abbiamo raccolto, affinché la collezione si perpetui per generazioni.

Ma il rischio dell'ossessione dunque esiste? Una delle risposte all'intervista è chiara "se una persona non ha un buon equilibrio può combinare disastri. Nella filatelia ci sono stati anche casi di omicidi per pezzi contesi". Prima dell’età moderna collezionare era quasi un obbligo per i ricchi e i potenti, per ragioni che andavano dal prestigio alla mistica. Collezionare significava sapere, ed è curioso quanti dipinti rappresentino personaggi potenti con un foglio e una penna in mano, per sottolineare che sapevano leggere e scrivere. La società moderna ha certamente mutato confini e modalità del collezionare. Ma per molti raccoglitori la famosa casella vuota resta quella che non ti lascia dormire di notte. A questo punto, avverto chi mi sta leggendo, si scopre che esiste un immenso mondo di esperti, di molto esperti, di espertissimi che si offrono come guida nel micrcosmo freudiano della dipendenza da accumulo (chissà poi cosa c'entra con il collezionismo) e che cercare di seguirne il filo e come addentarsi nella tana del Bianconiglio ed allora sì... che davvero sarebbe difficile dormire la notte, altro che casella mancante.


Qualcuno arriva persino a citare i risultati di un nuovo studio di scansione celebrale, pubblicato online dagli “Archives of General Psychiatry ”  e diretto da David Tolin della Yale University School of Medicine “,  il disturbo da accumulo compulsivo è  “un’acquisizione eccessiva ed un’incapacità di gettare via oggetti, con conseguente disordine disabilitante". Quindi? Nell'articolo si raccomanda: “Cercate di mantenere l’igiene personale e di fare il bagno. Se avete accatastato degli oggetti nella vasca o nella doccia, spostateli per potervi lavare ”. Tiro un sospiro di sollievo: i francobolli nella vasca da bagno proprio non ci vanno, salvo che si decida per uno scollamento stile industriale di valori obliterali dalle buste.

Vero è che la fantasia dei collezionisti non ha limite, ma attenzione qualunque sia l'oggetto del desiderio (francobolli inclusi), tutti i collezionisti condividono un rischio: potrebbero sviluppare un disturbo ossessivo-compulsivo. Non lo dico io! Sono affermazioni della psicologa Francisca Lòpez Torrecillas, esperta di dipendenze del Dipartimento per la valutazione e la terapia dei disturbi della personalità dell'università di Granada, in Spagna, ne è convinta sulla base della sua esperienza in clinica: «Negli ultimi anni ho osservato un numero crescente di casi in cui il collezionismo senza controllo è sfociato in un vero disturbo ossessivo-compulsivo o nella dipendenza da shopping

Quindi? «Se resta nella forma di hobby ed è sotto controllo, il collezionismo è addirittura positivo per il benessere mentale, perché aiuta a sviluppare doti importanti come la perseveranza, l'ordine, la pazienza, la memoria", spiega Lòpez Torrecillas. "Purtroppo molti collezionisti hanno spesso tratti caratteriali come il perfezionismo o la meticolosità, notoriamente correlati ai disturbi ossessivo-compulsivi.» Prendo nota, ma il rimescolamento di carte comincia a farmi girar la testa. Pensavo che collezionar francobolli fosse una semplice passione, un modo per rilassarsi come tanti, magari un po' vecchio stile, ma da qui a pensar d'esser un caso clinico...



Ancora non lo vedo il Bianconiglio, ma già comincio a pensarlo perché mi pareva anche di aver letto che si colleziona per un bisogno di possesso, ordine, conservazione e classificazione. Cercare oggetti, classificarli, assemblarli attiva una serie di processi mentali, quali l’indagine, la formulazione di un’ipotesi sui percorsi da seguire per trovare ciò che si vuole, la valutazione e la scelta. La conseguenza di questo lavoro è l’ottimizzazione delle proprie capacità di giudizio e decisione." 

A dirlo è il presidente dell’Associazione Italiana Psicologia e Psicoterapia, Carlo Cerracchio in un ampio approfondimento sul tema pubblicato da I-Cult che prosegue nel sostenere che collezionare  significa mantenere ferma l’attenzione su un tema e ciò equivale a una sorta di meditazione concreta che porta a focalizzare i pensieri e i sentimenti. Concentrare la mente su uno o più oggetti fa variare l’attività elettrica del cervello che porta ad un senso di calma e benessere. Collezionare equivale a possedere e il possesso trasmette sicurezza. Inoltre mettere insieme gli oggetti risponde a un desiderio di protezione, e il ritrovamento di un pezzo raro fa sentire bravi, capaci di farcela. Collezionare aiuta a acquistare consapevolezza sulle proprie capacità e quindi potenzia l’autostima. Significa superare il senso di inadeguatezza, imparare a conoscersi e scoprire le proprie qualità.



A questo punto mi pare assai difficile autovalutare se sono un genio iper razionale od un pazzo compulsivo, se soffro di disturbi della personalità per via dei francobolli che colleziono e se dispongo di un superpotere che mi consente, attraverso un piccolo rettangolo di carta, di evocare miti e leggende di altri tempi.

Il Bianconiglio è qui davanti a me e mi sta apettando per un giro turistico.

Chiudo dunque con una citazione di altri tempi, che vale assai di più delle mie 15 mila battute di questo post: "il collezionista possiede una preziosa qualità, la capacità di meravigliarsi del mondo e dei suoi oggetti, di intuirne la potenza evocativa, di entusiasmarsi della loro scoperta, di creare nessi tra i grandi capolavori e le piccole cose che ne hanno costituito il contesto storico, dando un’immagine più completa della cultura del passato (Benjamin, W. 1966).

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martedì 19 luglio 2016

Politicamente... dentellato

Il mio ottavo album del ciclo repubblicano, cui ho voluto dare un necessario restyling, cade in piena "epoca Craxi", già leader del Partito Socialista Italiano e Presidente del Consiglio dei Ministri dal 4 agosto 1983 al 17 aprile 1987. Una ghiotta occasione per tornare a parlare del francobollo quale strumento di propaganda del potere, in un'epoca, tra l'altro, ove tale aspetto parrebbe ormai solo un retaggio del passato. Il francobollo “politico clientelare” non è infatti una novità, nemmeno in periodo repubblicano.

Personaggi misteriosi, santi e protettori, città e paesi, hanno sempre ambito a trovare un posto di primo piano su di una carta valore. Due esempi magistrali li riporta, giusto per fare un esempio, Vaccari News in un intervento dedicato al binomio francobolli e politica. Si tratta di due articoli, uno del 1864 e l’altro del novembre 1914, che mettono in luce approcci diversi, ma che toccano lo stesso tema. Un secolo e mezzo fa, è la rivista belga “Le timbre-poste”, secondo gli specialisti la più antica che si conosca, a richiamare tale spinoso argomento. Nel numero pubblicato a novembre del 1864, un redazionale è intitolato “Collectiomanie et politique”. “Ecco due parole che urlano a trovarsi insieme”, evidenzia con i toni dello scandalo il periodico, nel rivelare delle forti pressioni che avrebbe subito. Ingerenze che avevano a che fare con una strana richiesta di francobolli delle Romagne, ovviamente non più venduti agli uffici postali di Bologna, ma che si diceva essere stati acquisiti, guarda caso, dal Governo di Bruxelles. Ed il richiedente, nella città emiliana, per ottenere il proprio scopo raggiunse gli ambienti nordeuropei che contavano, facendo attribuire principi liberali e massonici al fondatore del periodico, Jean-Baptiste Moens. Un classico esempio di uso improprio del potere politico per un fine privato, quello collezionistico.


Differente, ma di analogo tema, è invece quanto appare, nero su bianco, nel novembre del 1914 sul  “Bollettino filatelico”, rivista questa volta assolutamente "made in Italy". La Prima guerra mondiale aveva dato fuoco alle polveri sull'intero continente e la testata filatelica metteva in evidenza come l’emissione di cartevalori possa addirittura anticipare precise mire espansionistiche, solo in seguito ratificate dalla diplomazia reale. “Il primo atto d’imperio di uno Stato che mette piede su un lembo qualunque di terra, si manifesta sempre con l’emissione di francobolli speciali”, riporta l'intervento di Berti Merry ripreso da Vaccari News. “E magari, quando si vuol dare ad intendere ai gonzi che quella occupazione è soltanto temporanea, si emettono dei francobolli provvisori, cioè quelli metropolitani con la loro brava soprastampa”. Citando, fra gli esempi, le emissioni per la Bosnia-Erzegovina con l’aquila austroungarica (risalenti al 1879), che precedettero di quasi tre decenni l’inglobamento del territorio (avvenuto nel 1908); quelle di Cipro con la regina Vittoria, distribuite molto prima (datano 1880) dell’annessione formale (1914); le serie per Creta (1900), che anticiparono il passaggio dell’isola alla Grecia (1913). Giusto per fare qualche riferimento, assolutamente non esaustivo, ma certamente significativo. 


Lo stesso oggetto dentellato, ed a questo punto non ci stupirà di certo saperlo, fu ampiamente utilizzato per la propaganda politica di regime e la contropropaganda bellica. Durante la Seconda guerra mondiale furono approntati dei francobolli contro il regime nazista in Germania, così come nel Regno Unito contro il regime comunista russo. Sia Adolf Hitler che Stalin sono stati raffigurati in francobolli privati, poco più che vignette, ma con iscrizioni polemiche o con immagini raccapriccianti del volto, tutto ciò ad opera delle forze occupanti inglesi o americane. In Italia un valido esempio di propaganda resta il francobollo, copiato dal tipo dedicato all'accordo dell'Asse Italo-tedesco, con i volti di Mussolini e Hitler, che al posto del motto "Due popoli, una guerra", reca "Due popoli, un führer". Sempre nel nostro Paese furono emessi, subito dopo il conflitto, alcune particolari "valori" postali intitolati alle "vittime politiche", con i volti dei martiri antifascisti (compreso Matteotti), recanti valore facciale di 1 lira o 2 lire. 


A questo punto appare evidente che le due parole, politica e francobollo, si attraggono quasi come calamite, al punto da offrirsi ad un ulteriore approfondimento dentellato, quello del politico collezionista.

Tanti sono i casi citabili, ma due esempi bastano per tutti. Il primo ha una portata assolutamente internazionale. Le cronache specializzate lo raccontano come collezionista instancabile, un uomo che alla sua passione dedicava molte ore, in gran parte notturne: raccoglieva francobolli di tutto il mondo, disposti dentro album, a loro volta conservati in un baule di legno. Fulcro della collezione era la raccolta di saggi, prove e varietà di francobolli americani del Novecento, spesso donati direttamente dal Bureau of Engraving and Printing, la stamperia nazionale americana. Il suo nome è tutto un programma: Franklin Delano Roosevelt. Ne fa un ritratto collezionistico "da casella" il numero di aprile 2013 della rivista Il Collezionista. «Quando ero un giovanotto ho scoperto che mostrare i propri francobolli era un modo molto utile per catturare l’attenzione di una donna», ammicca lo stesso Roosevelt nell'alludere alla sua passione filatelica durante il colloquio con re Giorgio VI. È il giugno del 1939, la Gran Bretagna sta per entrare in guerra ed il monarca corre negli Stati Uniti per chiedere il sostegno. Il Philatelic President, come era chiamato, si era avvicinato alla filatelia a otto anni, su suggerimento dei genitori.


Il secondo esempio è assolutamente italiano: Giulio Andreotti. Rovistando tra i numerosi articoli di cronaca politica, ne spunta uno del Corriere della Sera, in cui si racconta di un Andreotti che, appena prosciolto dalla Cassazione per l’omicidio Pecorelli, in un momento di composta esultanza, dichiara: «ho dovuto vendere la collezione di francobolli per pagarmi gli avvocati». La morte dell’ex presidente del Consiglio, il 6 maggio 2013, accrescerà dieci anni dopo quella assoluzione il numero dei tanti misteri andreottiani: il «calendario filatelico» è ancora lì nella sua biblioteca, con i 364 pezzi (appunto, il calendario) del 1870, uno per ogni giorno dell’ultimo anno del potere temporale dei Papi.  Il democristiano Andreotti manifestò per tutta la sua vita un immenso interesse per la filatelia, un amore nato con un colpo di fulmine, nel 1959, visitando con Giulio Bolaffi la mitica Mostra Filatelica di Palermo del 1959, ancora oggi citata dagli appassionati. Il senatore a vita si stupì innanzi alla collezione personale di Elisabetta II; un altro «calendario filatelico» tutto fatto di emissioni inglesi, dedicato questa volta al 1859. E così decise per la sua personale collezione, imperniata sul suo periodo storico più amato. Ne ricavò anche una riflessione che sottopose in un discorso a «Italia ‘76», l’esposizione mondiale di filatelia. Una collezione unica al mondo che, per indicazione degli eredi Andreotti, è stata battuta come lotto all’Hotel de la Ville a Milano, ripartita in complessivi 3.267 lotti con basi di partenza stratosferiche. Capire ora dove finisce il politico collezionista ed inizia il collezionista politico è impresa ardua, certo che ad Andreotti statista si devono certamente alcune emissioni "per benevolenza", in modo particolare alcuni francobolli dedicati a temi molto cari al mondo cattolico e scudocrociato.


Giulio Andreotti non fu certamente il solo a caldeggiare qualche emissione particolare. Fece parlare, nel 1973, il francobollo dedicato alla torre di Pisa, emesso l'8 ottobre. Si discuteva all'epoca dell'ottavo centenario della "pendente" più famosa al mondo, che però nel 1173 fu solamente iniziata, per esser poi conclusa duecento anni dopo, nel 1372. Comunque sia, tale ricorrenza non era prevista nel calendario filatelico del 1973, se non fosse che il ministro Giuseppe Togni, desideroso d'offrire un gesto di riconoscenza politica ai suoi elettori pisani, decise per un bel quadretto dentellato, ordinato fresco fresco al Poligrafico. Da quando Bettino Craxi iniziò a circolare ai piani alti del Palazzo, il fenomeno che coniugava francobolli a politica trovò massimo risalto in ambito filatelico e postale.


Agli inizi degli anni Ottanta l'emergenza degli “anni di piombo” cominciò ad esser superata, grazie ad alcuni importanti successi delle forze dell'ordine. Le rivelazioni sulla P2 e l'intensificarsi della pericolosità mafiosa s'intrecciavano all'ottimismo per una decisa ripresa economica. La lottizzazione politica del sistema produttivo nazionale aveva ormai raggiunto un imperturbabile equilibrio, tanto da consolidare la fase dei governi del “pentapartito” (Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli). Primo interprete di tale fase politica fu il leader dei socialisti Bettino Craxi. Fu, il suo, un governo decisionista che alimentò “l'euforia del benessere”, aumentando però in modo incontrollato la spesa pubblica, forte di un sistema compiacente che intrecciava agli interessi del florido mercato azionario e speculativo, quelli delle lobby. Un sistema che, pur di conquistare il consenso di vasti strati della società civile, non esitò a favorire ambigui modelli di comportamento sociale e contributivo. Un decisionismo che rispose, fin troppo sbrigativamente, a molti temi irrisolti. Fu in questo periodo, ad esempio, che il panorama dell'informazione televisiva passò dal monopolio al duopolio, grazie al forte appoggio offerto alla Fininvest di Silvio Berlusconi, che non mancò negli anni a seguire di offrire sostegno al leader socialista.


Fulgido esempio di intreccio tra politica e filatelia, resta il francobollo da 2.000 lire, espresso e molto “raccomandato”, che il 31 maggio 1986 celebra la Giornata dei martiri e dei caduti per l’indipendenza nazionale. Si trattò, in realtà, di un’emissione spot, giacché la “Giornata”, proclamata proprio dall'Onorevole Bettino Craxi, all'epoca già Presidente del Consiglio, non ebbe mai svolgimento. Eppure, il bollettino illustrativo, firmato dallo stesso leader del Partito socialista italiano, insediatosi tre anni prima a Palazzo Chigi alla testa del pentapartito Psi-Dc-Psi-Pri-Pli, parebbe testimoniare un evento già codificato, per di più corroborato dal francobollo celebrativo. La Giornata dei martiri e dei caduti per l’indipendenza nazionale, si legge a firma di Craxi nel cartoncino diffuso all’antivigilia del quarantesimo anniversario della Festa della Repubblica, è stata istituita per accomunare in una stessa memoria ed in una stessa celebrazione tutti coloro che hanno offerto la loro vita per la nostra unità e la nostra indipendenza. Nella trasposizione grafica di Emidio Vangelli De Cresci una figura simbolica bagna con il proprio sangue il rosso della bandiera italiana.


Ma in realtà cosa accadde? Il 20 marzo 1986 fu formalizzato alla Camera il disegno di legge 3604 “nuove norme in materia di ricorrenze festive”. Di alto lignaggio i nomi dei presentatori: oltre a Bettino Craxi, il ministro del Tesoro Giovanni Goria (Dc), quello della Difesa Giovanni Spadolini (Pri) e di Grazia e Giustizia Mino Martinazzoli (Dc). Insomma, un accordo blindato, che il premier considerò fatto ancor prima della conclusione dell’iter legislativo. Ma anche il decisionismo craxiano doveva fare i conti con le liturgie parlamentari. Sicché solo il 12 novembre 1986 (nel frattempo il leader del Garofano aveva siglato il “patto della staffetta”, che prevedeva, a marzo 1987, il ritorno di Palazzo Chigi a un esponente democristiano), la commissione Lavoro della Camera approvava un testo sulle ricorrenze festive che all’articolo 1 sanciva la citata “giornata dei martiri dell’indipendenza nazionale” quale festa nazionale. Tutto deciso, allora? Ma nemmeno per sogno. Il 17 aprile 1987 Craxi passava il testimone al democristiano Amintore Fanfani, al timone di un governo “balneare”. Dopo le elezioni del 14 giugno, il presidente della Repubblica affidò l’incarico a Giovanni Goria e di seduta in seduta l'iter della legge sulle festività rincorse l'anno 2000 (governo Amato), facendo giustizia della norma taglia festività del 1977: «A decorrere dal 2001 la celebrazione della Festa nazionale della Repubblica ha nuovamente luogo il 2 giugno di ciascun anno, che pertanto è ripristinato come giorno festivo”. Ma d’indipendenza nazionale ormai non v’è più traccia.

I Patti di Villa Madama, anch'essi ricordati con una emissione datata 15 ottobre 1985, furono un altro dei veloci “colpi di mano” tipici della personalità craxiana. L'accordo di Villa Madama, noto anche come nuovo concordato, fu una serie di patti volti a «regolare le condizioni della religione e della Chiesa in Italia» e stipulati dal Presidente del Consiglio Bettino Craxi per la Repubblica Italiana e il Cardinale Segretario di Stato Agostino Casaroli per la Santa Sede. La normativa relativa alla Chiesa cattolica è contenuta nella Legge 25 marzo 1985, n. 121 di ratifica ed esecuzione degli accordi firmati a Roma il 18 febbraio 1984, cui si aggiunge un Protocollo addizionale. L'accordo vede come contraenti la Santa Sede e lo Stato italiano, i cui rapporti sono già regolati dai "Patti Lateranensi", che possono essere modificati di comune accordo senza ricorrere a "revisione costituzionale", ma che necessitano di ulteriori modifiche consensuali del Concordato Lateranense a causa del continuo processo di trasformazione politica e sociale. Il secondo prevede che ulteriori materie per le quali necessiti la collaborazione tra Chiesa cattolica e Stato possano essere regolate sia con nuovi accordi tra le due parti, sia mediante intese tra le competenti autorità dello Stato e la Conferenza episcopale italiana.



In tempi più recenti, a testimonianza che il francobollo mantiene quel valore di rappresentanza che va ben oltre il ruolo di mera affrancatura, corre l'obbligo di segnalare i francobolli stampati in proprio dalla Lega Nord e dal "Governo del Nord Italia", valori che in taluni casi sono stati accettati da uffici postali e regolarmente utilizzati. Considerati errinofili a tutti gli effetti, i dentellati padani vantano ormai diverse emissioni e sono considerate curiosità per il tema filatelico a sfondo politico - storico. Non aggiungo altro, perché di cose da dire sul binomio filatelia e politica c'è ne sarebbero tante da farne una interessante tematica trasversale al periodo Repubblicano e non solo!

Resta, come sempre, l'invito a sfogliare la mia collezione e a dare un'occhiata alla nuova modalità espositiva con cui ho inteso ridisegnare il mio ottavo album del periodo.

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