martedì 31 maggio 2016

C'è arte ed arte.. dentro e fuori ogni collezione

Non sapendo resistere alla possibilità di rivedere le schede iconografiche nel più grande formato che la nuova stampante acquistata mi consente, ho finalmente rivisto il mio sesto album repubblicano. Ghiotta occasione per qualche integrazione e per eliminare alcuni fastidiosi refusi, ma anche per riassaporare le emissioni di quel drammatico e controverso periodo degli "anni di piombo". Francobolli che poco raccontano della cronaca di quella turbolenta stagione repubblicana, narrazione che ho affidato alle schede di corredo, ma che ci mostrano una interessante evoluzione, non ultima l'introduzione al Poligrafico della Goebel BRM-SNO 300k, scelta tecnologica votata ad un balzo artistico nella produzione dei valori dentellati italiani, sempre più proiettati alla valorizzazione del patrimonio culturale del Paese.



Lo spunto questa volta non me lo offre una delle tante esposizioni museali oggetto costante del mio essere collezionista, ma una lunga divagazione sul tema arte, collezionismo e filatelia, esternazione "moderatamente alcolica" fatta con un certo patologico entusiasmo tra gli stand della appena conclusasi Veronafil, con tra le mani uno spritz. Chi segue questo mio spazio virtuale dedicato alla personale idea che ho di collezione, sa bene come la digitalizzazione e la riproposizione dei miei "reperti" filografici esprima il concetto che la collezione può essere vissuta e riproposta come un vero e proprio percorso museale, ove ogni album è riletto come la sala virtuale di un museo o di una mostra, all'interno di un percorso logico e strutturato. L'osservazione postami è stata quella di dimenticare anche quell'aspetto un po' asociale che caratterizza il collezionista, talvolta morbosamente geloso di ciò che ha raccolto, al punto quasi da volerlo condividere con pochi eletti, in modo massonico, quasi con un rituale esoterico, rivolto solo ed esclusivamente a coloro che egli considera suoi pari. Ragione per la quale il cercare d'assimilare il collezionista filatelico al collezionista d'arte, di paragonare la propria raccolta ad un percorso museale, rischia d' apparire una forzatura, quasi una esondazione dai confini accademici. Non è però forse per quella architettura liturgica, che molti collezionisti hanno abbracciato, che si fatica a catturare l'interesse delle nuove generazioni per l'oggetto dentellato? Ma siamo davvero sicuri poi che arte e francobollo non siano fratelli da sempre, anche per il sentimento collezionistico che li unisce o per le modalità con cui si potrebbe raccontarli e, perché no, viverli? Discussione interessante, non c'è che dire!



Non c'è dubbio che la matrice del collezionismo trova in quello dell'arte, fenomeno risalente all'antichità greco romana, il DNA originario del "raccoglitore", pur con intenti ed ideali differenti: legati ad un mercato stesso dell'arte o per quel mecenatismo a sostegno ed a patrocinio di attività artistiche e culturali che nel passato erano patrimonio di pochi. Come afferma Giuseppe Di Bella nel suo articolo "Breve storia di una passione travolgente: il collezionismo filatelico", appare evidente che il collezionismo filatelico, per evidenti motivi di invenzione dello stesso, si colloca in epoche assai più recenti di quello primigenio dell'arte. "Il francobollo, emesso dal Regno Unito in epoca Vittoriana nel Maggio del 1840, indubbiamente suscitò subito un notevole interesse collezionistico. Le prime ad accorgersi della sua bellezza estetica e decorativa furono però le signorine inglesi di buona famiglia che cominciarono ad impiegarli per il decoupage (una maltrattata forma d'arte domestica?) di paralumi e talvolta anche di intere pareti. Sempre Di Bella ci racconta che però  già nel 1841 apparve sul “Times” di Londra, un annuncio con il quale erano ricercati francobolli usati! E’ quindi possibile affermare che la filatelia è nata con il francobollo e che la diffusione del collezionismo di francobolli fu esplosiva. In pieno Ottocento la società europea era ancora sostanzialmente rurale, affetta da una scarsa rappresentazione grafica, fatta eccezione per quelle forme d'arte rappresentate da stampe, quadri ed affreschi. Una forma di utilizzo evocativo o celebrativo ancora saldamente ancorata alla tradizione classicista e dell’antichità, alquanto statica e detenuta da un nucleo ristretto di soggetti, in gran parte ancora mecenati raccoglitori non ancora proiettati alla massima diffusione delle proprie collezioni d'arte. Ma i francobolli possiedono anche un altro aspetto straordinario ed affascinante che ci ricorda Di Bella: "quello di far viaggiare e di far conoscere luoghi, personaggi, avvenimenti e tradizioni anche senza muoversi da casa, peculiarità non secondaria, in un’epoca in cui viaggiare era consentito a pochi". E’ possibile affermare dunque che in Europa, alla data del 1900, la maggior parte degli uomini in possesso di un minimo di istruzione e cultura, raccoglievano francobolli, ma è ancor più curioso che coloro che, per rango e posizione sociale, già collezionavano opere d'arte, dunque anche per il valore culturalmente intrinseco delle stesse, collezionassero pure francobolli. Tra i filatelisti si annoverano personalità di grande rilievo come Re Carlo II (Carol) di Romania, Elisabetta II d’Inghilterra, re Faruk dell’Egitto, il Presidente degli U.S.A. Franklin Delano Roosvelt.




C'è arte ed arte. Vero! Ma a voler scavare nell'intimo di questo rapporto che lega le grandi espressioni grafiche del passato al riquadro dentellato emerge un fatto incontrovertibile: lo stesso francobollo evolve dalla sua sovrana funzione di tassa postale ad elemento espressivo a 360 gradi. Lo fa attraverso la tecnica del bulino. "L'incisione si può definire un'arte che per mezzo del disegno e dei tratti delineati ed incavati su materie dure imita le forme, i lumi degli oggetti visibili e può moltiplicarne gli impronti per mezzo dell'impressione", in queste parole Francesco Milizia, teorico e scrittore d'arte, nel Dizionario delle belle Arti e del Disegno (edito a Bassano nel 1797) parla dell'incisione a bulino, tecnica invariata nei secoli, con la quale si realizza la stampa d'arte più pregiata. Il procedimento tecnico dell'incisione calcografica è molto accurato e consiste nell'incidere una lastrina di metallo (di solito rame) attraverso uno strumento da taglio, il bulino, piccolo utensile in acciaio temperato, con la punta tagliata trasversalmente ed affilata, che permette di realizzare un segno particolarmente netto e preciso. Per incidere, si pone la lastra su un cuscinetto di cuoio pieno di sabbia in modo che non si muova ma possa essere spostata facilmente. Tutti i segni incisi, fino al più minuscolo tratto o puntino, tornano a vivere inchiostrati e trasferiti sul rettangolo di carta del francobollo esprimendo l'intuizione e l'anima dell'artista attraverso il procedimento di stampa calcografica (calcografia è un termine che deriva dal greco che significa rame e cioè scrivo, incido). L'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato mantiene viva questa tradizione, riservandola alla stampa di francobolli, carte valori e prodotti di alta sicurezza, in modo da esaltarne gli aspetti tecnici. Per la creatività e la capacità dei suoi artisti ed incisori, il Poligrafico dello Stato Italiano si è affermato in ambito internazionale nella produzione filatelica tanto che, ancora oggi, molte amministrazioni postali straniere si rivolgono all'Istituto Italiano per la realizzazione dei propri francobolli. Badate bene che a die tutto ciò c'è una intera tesi di laurea in Psicologia dell'Arte, da cui ho rapinato un piccolo paragrafo, dal titolo "il francobollo tra arte e comunicazione nella repubblica italiana" a firma della Dottoressa Anna Sacco.  Appare difficile ora contestare che, nel bene e nel male, anche un francobollo può essere annoverato tra le opere d'arte per quel necessario estro a rappresentare la sintesi di ciò che s'intende celebrare o commemorare e quell'abilità manuale nell'inciderne ogni piccola sfumatura.


Per chi non ne fosse a conoscenza, aggiungo che proprio di francobolli italiani, con un intero volume dal titolo "Biblioteca dell'Arte - I francobolli italiani" già s'era occupato un tal Federico Zeri. Stimato conoscitore d'arte, critico arguto, specialista della pittura italiana dal XII al XV secolo, nel 1963 John Paul Getty, miliardario americano, lo chiamò per la creazione del museo omonimo a Malibù; fu incaricato negli anni sessanta dal Metropolitan Museum of Art di New York e dal Walters Art Museum di Baltimora di comporre i cataloghi delle collezioni italiane; firmò come critico d'arte per la Stampa ed in numerose trasmissioni televisive; nel 1984 fu fra i pochi ad avanzare forti dubbi che fossero di Amedeo Modigliani le tre sculture ritrovate a Livorno e considerate autentiche da numerosi esperti. Curriculum a parte, Federizo Zeri tratta nel suo saggio il francobollo alla stregua di un'opera figurativa, oltre che simbolic, con un excursus attraverso la produzione filatelica italiana dall'Unità d'Italia alla fine della seconda guerra mondiale. Il francobollo è per Zeri un indicatore preciso di situazioni politiche e culturali, oltre che mezzo figurativo, per quanto stringato e concentrato, di propaganda, capillarmente diffuso nei diversi strati della società. Attraverso le pagine di questo ampio saggio, Federico Zeri ripercorre la storia dei francobolli postali italiani dagli anni sessanta dell'Ottocento all'avvento della Repubblica: dai francobolli celebrativi degli eroi risorgimentali a quelli raffiguranti i ritratti dei monarchi italiani, dalle emissioni commemorative di speciali occasioni e avvenimenti politici o civili a quelli propagandistici di epoca fascista dedicati alla supremazia della letteratura e della civiltà latina e alla grandezza dei monumenti della Roma antica, alla celebrazione dell'agricoltura e dei valori connessi alla terra, oltre che all'importanza della scienza e della ricerca scientifica, della musica, della letteratura e dello sport. Una galleria d'arte cui pare non mancare nulla, critiche incluse.


L'arte compenetra l'arte. E lo fa quando, esattamente in questo mio sesto album dedicato alle emissioni repubblicane, in occasione delle prime serie dedicate all'arte italiana, il francobollo ripropone le opere di artisti quali Jacopo della Quercia e Giorgio Vasari, ma lo fa quasi come quando per tradurre due alfabeti differenti si renda necessaria una sorta di translitterazione dei formati. Se l'impiego della calcografia offre un tocco di pregio e raffinatezza, è però la maestria dei disegnatori del Poligrafico a dare il massimo di se, tanto da esondare quasi nel "falso d'autore" poiché con il lavoro al bulino quadri ed affreschi riprodotti non possono più dirsi opere di Guido Reni, Armando Spadini, Boccioni, Marinetti, Arcimboldi, così come recita il francobollo, ma creazioni di Tullio Mele, Alceo Quieti, Valerio Puliti, Francesco Tulli. Come dicono i francesi si tratta di d'aprés di grandi Maestri dell'arte italiana, reinterpretazioni al bulino filtrate dall'incisione e dalla sensibilità di un altro artista.


Non male per una divagazione filatelica iniziata davanti ad un aperitivo servito in un bicchiere di plastica. Potrei chiudere ricordando che ciò che certamente accomuna però i grandi collezionisti della vecchia generazione, siano essi esteti della materica pennellata, dello scalpello plastico o del bulino, è la volontà prevalente di un fine culturale che, come ben espresso da alcuni autori sulla materia, è "caratterizzato certamente da ambizioni personali, ma non da interessi direttamente economici". Esiste dunque un parallelismo tra le due forme di collezionismo, se non altro nel comune pensiero che creare una collezione, sia essa di dipinti o di francobolli, è fondamentalmente un'operazione comunicativa ed il suo risultato, così come ha sottolineato Antinucci nel saggio "Comunicare nel museo", è di fatto un oggetto comunicativo, costituito da oggetti a loro volta comunicativi. Anche quella sana follia, che caratterizza l'aspetto psicologico del collezionista, da molti definito maniacale, non fa distinzione. Francesco Poli, dal suo "Il sistema dell'arte contemporanea" rimarca che chi per colui che raccoglie "si può parlare di un'attrazione quasi patologica, in quanto attività soddisfacente di per se stessa. Per molti la propria collezione diventa una realtà totalizzante, in cui proiettare interamente la propria identità, come fosse una sorta di organismo dotato di vita autonoma". In fondo è questo che rende le nostre collezioni filateliche una diversa dall'altra, è questo che regala loro il fascino dell'opera incompiuta. La collezione è il luogo in cui tutto avviene, è un elemento in più nel rispetto dell'impegno di conservazione ed esposizione di ciò che è parte del nostro patrimonio culturale. Così come il mecenatismo dei primi grandi collezionisti, veri costruttori delle primigenie grandi raccolte d'arte, si è evoluto in donazione ai fini della costituzione dei grandi musei, lo stesso vale per quei collezionisti che, pur ricercando reperti in solitaria, sentono l'assoluta necessità di condividere il senso estetico di una raccolta e il valore culturale e storico della medesima.

Puoi trovare i link a tutti gli album della mia collezione qui.
Oppure puoi consultare direttamente il sesto album:


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