martedì 31 maggio 2016

C'è arte ed arte.. dentro e fuori ogni collezione

Non sapendo resistere alla possibilità di rivedere le schede iconografiche nel più grande formato che la nuova stampante acquistata mi consente, ho finalmente rivisto il mio sesto album repubblicano. Ghiotta occasione per qualche integrazione e per eliminare alcuni fastidiosi refusi, ma anche per riassaporare le emissioni di quel drammatico e controverso periodo degli "anni di piombo". Francobolli che poco raccontano della cronaca di quella turbolenta stagione repubblicana, narrazione che ho affidato alle schede di corredo, ma che ci mostrano una interessante evoluzione, non ultima l'introduzione al Poligrafico della Goebel BRM-SNO 300k, scelta tecnologica votata ad un balzo artistico nella produzione dei valori dentellati italiani, sempre più proiettati alla valorizzazione del patrimonio culturale del Paese.



Lo spunto questa volta non me lo offre una delle tante esposizioni museali oggetto costante del mio essere collezionista, ma una lunga divagazione sul tema arte, collezionismo e filatelia, esternazione "moderatamente alcolica" fatta con un certo patologico entusiasmo tra gli stand della appena conclusasi Veronafil, con tra le mani uno spritz. Chi segue questo mio spazio virtuale dedicato alla personale idea che ho di collezione, sa bene come la digitalizzazione e la riproposizione dei miei "reperti" filografici esprima il concetto che la collezione può essere vissuta e riproposta come un vero e proprio percorso museale, ove ogni album è riletto come la sala virtuale di un museo o di una mostra, all'interno di un percorso logico e strutturato. L'osservazione postami è stata quella di dimenticare anche quell'aspetto un po' asociale che caratterizza il collezionista, talvolta morbosamente geloso di ciò che ha raccolto, al punto quasi da volerlo condividere con pochi eletti, in modo massonico, quasi con un rituale esoterico, rivolto solo ed esclusivamente a coloro che egli considera suoi pari. Ragione per la quale il cercare d'assimilare il collezionista filatelico al collezionista d'arte, di paragonare la propria raccolta ad un percorso museale, rischia d' apparire una forzatura, quasi una esondazione dai confini accademici. Non è però forse per quella architettura liturgica, che molti collezionisti hanno abbracciato, che si fatica a catturare l'interesse delle nuove generazioni per l'oggetto dentellato? Ma siamo davvero sicuri poi che arte e francobollo non siano fratelli da sempre, anche per il sentimento collezionistico che li unisce o per le modalità con cui si potrebbe raccontarli e, perché no, viverli? Discussione interessante, non c'è che dire!



Non c'è dubbio che la matrice del collezionismo trova in quello dell'arte, fenomeno risalente all'antichità greco romana, il DNA originario del "raccoglitore", pur con intenti ed ideali differenti: legati ad un mercato stesso dell'arte o per quel mecenatismo a sostegno ed a patrocinio di attività artistiche e culturali che nel passato erano patrimonio di pochi. Come afferma Giuseppe Di Bella nel suo articolo "Breve storia di una passione travolgente: il collezionismo filatelico", appare evidente che il collezionismo filatelico, per evidenti motivi di invenzione dello stesso, si colloca in epoche assai più recenti di quello primigenio dell'arte. "Il francobollo, emesso dal Regno Unito in epoca Vittoriana nel Maggio del 1840, indubbiamente suscitò subito un notevole interesse collezionistico. Le prime ad accorgersi della sua bellezza estetica e decorativa furono però le signorine inglesi di buona famiglia che cominciarono ad impiegarli per il decoupage (una maltrattata forma d'arte domestica?) di paralumi e talvolta anche di intere pareti. Sempre Di Bella ci racconta che però  già nel 1841 apparve sul “Times” di Londra, un annuncio con il quale erano ricercati francobolli usati! E’ quindi possibile affermare che la filatelia è nata con il francobollo e che la diffusione del collezionismo di francobolli fu esplosiva. In pieno Ottocento la società europea era ancora sostanzialmente rurale, affetta da una scarsa rappresentazione grafica, fatta eccezione per quelle forme d'arte rappresentate da stampe, quadri ed affreschi. Una forma di utilizzo evocativo o celebrativo ancora saldamente ancorata alla tradizione classicista e dell’antichità, alquanto statica e detenuta da un nucleo ristretto di soggetti, in gran parte ancora mecenati raccoglitori non ancora proiettati alla massima diffusione delle proprie collezioni d'arte. Ma i francobolli possiedono anche un altro aspetto straordinario ed affascinante che ci ricorda Di Bella: "quello di far viaggiare e di far conoscere luoghi, personaggi, avvenimenti e tradizioni anche senza muoversi da casa, peculiarità non secondaria, in un’epoca in cui viaggiare era consentito a pochi". E’ possibile affermare dunque che in Europa, alla data del 1900, la maggior parte degli uomini in possesso di un minimo di istruzione e cultura, raccoglievano francobolli, ma è ancor più curioso che coloro che, per rango e posizione sociale, già collezionavano opere d'arte, dunque anche per il valore culturalmente intrinseco delle stesse, collezionassero pure francobolli. Tra i filatelisti si annoverano personalità di grande rilievo come Re Carlo II (Carol) di Romania, Elisabetta II d’Inghilterra, re Faruk dell’Egitto, il Presidente degli U.S.A. Franklin Delano Roosvelt.




C'è arte ed arte. Vero! Ma a voler scavare nell'intimo di questo rapporto che lega le grandi espressioni grafiche del passato al riquadro dentellato emerge un fatto incontrovertibile: lo stesso francobollo evolve dalla sua sovrana funzione di tassa postale ad elemento espressivo a 360 gradi. Lo fa attraverso la tecnica del bulino. "L'incisione si può definire un'arte che per mezzo del disegno e dei tratti delineati ed incavati su materie dure imita le forme, i lumi degli oggetti visibili e può moltiplicarne gli impronti per mezzo dell'impressione", in queste parole Francesco Milizia, teorico e scrittore d'arte, nel Dizionario delle belle Arti e del Disegno (edito a Bassano nel 1797) parla dell'incisione a bulino, tecnica invariata nei secoli, con la quale si realizza la stampa d'arte più pregiata. Il procedimento tecnico dell'incisione calcografica è molto accurato e consiste nell'incidere una lastrina di metallo (di solito rame) attraverso uno strumento da taglio, il bulino, piccolo utensile in acciaio temperato, con la punta tagliata trasversalmente ed affilata, che permette di realizzare un segno particolarmente netto e preciso. Per incidere, si pone la lastra su un cuscinetto di cuoio pieno di sabbia in modo che non si muova ma possa essere spostata facilmente. Tutti i segni incisi, fino al più minuscolo tratto o puntino, tornano a vivere inchiostrati e trasferiti sul rettangolo di carta del francobollo esprimendo l'intuizione e l'anima dell'artista attraverso il procedimento di stampa calcografica (calcografia è un termine che deriva dal greco che significa rame e cioè scrivo, incido). L'Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato mantiene viva questa tradizione, riservandola alla stampa di francobolli, carte valori e prodotti di alta sicurezza, in modo da esaltarne gli aspetti tecnici. Per la creatività e la capacità dei suoi artisti ed incisori, il Poligrafico dello Stato Italiano si è affermato in ambito internazionale nella produzione filatelica tanto che, ancora oggi, molte amministrazioni postali straniere si rivolgono all'Istituto Italiano per la realizzazione dei propri francobolli. Badate bene che a die tutto ciò c'è una intera tesi di laurea in Psicologia dell'Arte, da cui ho rapinato un piccolo paragrafo, dal titolo "il francobollo tra arte e comunicazione nella repubblica italiana" a firma della Dottoressa Anna Sacco.  Appare difficile ora contestare che, nel bene e nel male, anche un francobollo può essere annoverato tra le opere d'arte per quel necessario estro a rappresentare la sintesi di ciò che s'intende celebrare o commemorare e quell'abilità manuale nell'inciderne ogni piccola sfumatura.


Per chi non ne fosse a conoscenza, aggiungo che proprio di francobolli italiani, con un intero volume dal titolo "Biblioteca dell'Arte - I francobolli italiani" già s'era occupato un tal Federico Zeri. Stimato conoscitore d'arte, critico arguto, specialista della pittura italiana dal XII al XV secolo, nel 1963 John Paul Getty, miliardario americano, lo chiamò per la creazione del museo omonimo a Malibù; fu incaricato negli anni sessanta dal Metropolitan Museum of Art di New York e dal Walters Art Museum di Baltimora di comporre i cataloghi delle collezioni italiane; firmò come critico d'arte per la Stampa ed in numerose trasmissioni televisive; nel 1984 fu fra i pochi ad avanzare forti dubbi che fossero di Amedeo Modigliani le tre sculture ritrovate a Livorno e considerate autentiche da numerosi esperti. Curriculum a parte, Federizo Zeri tratta nel suo saggio il francobollo alla stregua di un'opera figurativa, oltre che simbolic, con un excursus attraverso la produzione filatelica italiana dall'Unità d'Italia alla fine della seconda guerra mondiale. Il francobollo è per Zeri un indicatore preciso di situazioni politiche e culturali, oltre che mezzo figurativo, per quanto stringato e concentrato, di propaganda, capillarmente diffuso nei diversi strati della società. Attraverso le pagine di questo ampio saggio, Federico Zeri ripercorre la storia dei francobolli postali italiani dagli anni sessanta dell'Ottocento all'avvento della Repubblica: dai francobolli celebrativi degli eroi risorgimentali a quelli raffiguranti i ritratti dei monarchi italiani, dalle emissioni commemorative di speciali occasioni e avvenimenti politici o civili a quelli propagandistici di epoca fascista dedicati alla supremazia della letteratura e della civiltà latina e alla grandezza dei monumenti della Roma antica, alla celebrazione dell'agricoltura e dei valori connessi alla terra, oltre che all'importanza della scienza e della ricerca scientifica, della musica, della letteratura e dello sport. Una galleria d'arte cui pare non mancare nulla, critiche incluse.


L'arte compenetra l'arte. E lo fa quando, esattamente in questo mio sesto album dedicato alle emissioni repubblicane, in occasione delle prime serie dedicate all'arte italiana, il francobollo ripropone le opere di artisti quali Jacopo della Quercia e Giorgio Vasari, ma lo fa quasi come quando per tradurre due alfabeti differenti si renda necessaria una sorta di translitterazione dei formati. Se l'impiego della calcografia offre un tocco di pregio e raffinatezza, è però la maestria dei disegnatori del Poligrafico a dare il massimo di se, tanto da esondare quasi nel "falso d'autore" poiché con il lavoro al bulino quadri ed affreschi riprodotti non possono più dirsi opere di Guido Reni, Armando Spadini, Boccioni, Marinetti, Arcimboldi, così come recita il francobollo, ma creazioni di Tullio Mele, Alceo Quieti, Valerio Puliti, Francesco Tulli. Come dicono i francesi si tratta di d'aprés di grandi Maestri dell'arte italiana, reinterpretazioni al bulino filtrate dall'incisione e dalla sensibilità di un altro artista.


Non male per una divagazione filatelica iniziata davanti ad un aperitivo servito in un bicchiere di plastica. Potrei chiudere ricordando che ciò che certamente accomuna però i grandi collezionisti della vecchia generazione, siano essi esteti della materica pennellata, dello scalpello plastico o del bulino, è la volontà prevalente di un fine culturale che, come ben espresso da alcuni autori sulla materia, è "caratterizzato certamente da ambizioni personali, ma non da interessi direttamente economici". Esiste dunque un parallelismo tra le due forme di collezionismo, se non altro nel comune pensiero che creare una collezione, sia essa di dipinti o di francobolli, è fondamentalmente un'operazione comunicativa ed il suo risultato, così come ha sottolineato Antinucci nel saggio "Comunicare nel museo", è di fatto un oggetto comunicativo, costituito da oggetti a loro volta comunicativi. Anche quella sana follia, che caratterizza l'aspetto psicologico del collezionista, da molti definito maniacale, non fa distinzione. Francesco Poli, dal suo "Il sistema dell'arte contemporanea" rimarca che chi per colui che raccoglie "si può parlare di un'attrazione quasi patologica, in quanto attività soddisfacente di per se stessa. Per molti la propria collezione diventa una realtà totalizzante, in cui proiettare interamente la propria identità, come fosse una sorta di organismo dotato di vita autonoma". In fondo è questo che rende le nostre collezioni filateliche una diversa dall'altra, è questo che regala loro il fascino dell'opera incompiuta. La collezione è il luogo in cui tutto avviene, è un elemento in più nel rispetto dell'impegno di conservazione ed esposizione di ciò che è parte del nostro patrimonio culturale. Così come il mecenatismo dei primi grandi collezionisti, veri costruttori delle primigenie grandi raccolte d'arte, si è evoluto in donazione ai fini della costituzione dei grandi musei, lo stesso vale per quei collezionisti che, pur ricercando reperti in solitaria, sentono l'assoluta necessità di condividere il senso estetico di una raccolta e il valore culturale e storico della medesima.

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mercoledì 18 maggio 2016

C'è tutto un mondo intorno

Nella quinta sala virtuale si riscopre la multidisciplinarità

Nel ripensare la mia collezione e nel riprendere la struttura espositiva, secondo quella evoluzione tipica ed antropologicamente definita come accomodamento, ho volutamente tracimato oltre gli argini degli schemi tipici della casella, proiettandomi più al racconto di una storia, piuttosto che al puro effetto espositivo di ogni singolo pezzo. Tutto ciò, s’intende, nel bene e nel male di tale personale scelta.


Mi ha sempre colpito l’aspetto multidisciplinare delle raccolte museali in genere, così come la capacità di dare vita ad un racconto entusiasmante, anche con pochi semplici pezzi (vedi il post "la ricostruzione postbellica nel mio percorso repubblicano"). Nell'abitudine a raccontare le mie scelte collezionistiche ed a raccontarmi attraverso di esse, continuerò ad avvalermi di esempi reali, cercando quel trait d’union tra ciò che, pur non avendo nulla a che fare con la filatelia e le discipline ad essa collegate, può offrire ad un collezionista filatelico uno spunto alla costruzione del proprio percorso espositivo cercando nuove strade, puntando oltre gli orizzonti conosciuti.



Mi è accaduto di recente di visitare un piccolo museo monotematico tra i monti del Trentino, più precisamente il Museo dell’Orso allestito nel borgo di Spormaggiore, all'interno di una straordinaria area naturalistica del nostro Paese. La Casa dell’orso, così si chiama, è un museo dedicato all'orso bruno, animale simbolo del Parco Naturale Adamello Brenta. Allestimenti multimediali, strumentazioni video e ricostruzioni in dimensioni reali, distribuite in sei sale tematiche, offrono al visitatore la possibilità di conoscere, divertendosi, la biologia del plantigrado e il controverso rapporto che da sempre lo lega all'uomo. Tra plastici multimediali, suoni e giochi di luce, le storie di Masun, Kirka e degli altri orsi trasportati dalla Slovenia, reintrodotti nel nostro territorio, scorrono sui video e sui pannelli rotanti, mentre il visitatore può cimentarsi nel videogioco dedicato alla radiotelemetria.


Ad afferrarmi più di ogni altra cosa è stata però una sala in particolare: sotto un grande cielo stellato, in cui spiccano l’orsa maggiore e l’orsa minore, il visitatore riscopre l’importanza che fin dai tempi antichi e in tutto il mondo l’orso riveste nella nostra cultura: dall'orso di carta dei cartoni animati a quello che rivive nelle fiabe popolari, sino all'orso che ha ispirato il nome di borghi e cittadine o a quello che posa austero per gli stemmi di città in ogni parte del mondo. Ma c’è anche quello che si offre come protagonista indiscusso in film di successo sino all'orso testimonial nella pubblicità. Sì! E’ vero, mi sono subito accorto che poteva starci parecchio bene in quella sala anche l’amico plantigrade raccontato dai francobolli, ma il concetto che tale sala ha comunque espresso pianamente è quello dell’approccio multidisciplinare. Un modo di sviluppare un tema, l’orso, non solo analizzandolo e mostrandolo al visitatore per quello che è: un peloso e grosso mammifero onnivoro che durante l’inverno va in letargo e che nella bella stagione scorrazza tra i boschi grattandosi la schiena sui tronchi degli alberi. Ma cercando di raccontarlo anche per quello che esso rappresenta fuori dal regno animale o dal puro profilo zoologico.


La domanda sorge spontanea: quale approccio multidisciplinare è possibile con il nostro piccolo rettangolo di carta dentellata o fustellata? La risposta è quasi istintiva: il francobollo ha una sua chiara carta d’identità, è quella di un preciso rivoluzionario strumento nato per soddisfare il pegno economico previsto per il recapito della corrispondenza. Roland Hill nel 1839 fu l'artefice di una importantissima riforma postale che, soltanto un anno dopo, introdusse, prima al mondo, l'uso di una marca di stato con cui affrancare la posta come prova del pagamento di tale servizio: il francobollo.


Esso dunque testimonia, più per il passato, che per il presente il bisogno dell’uomo di far viaggiare da un luogo all'altro, da una persona all'altra, la parola scritta. Le pagine di ogni album si potrebbero quindi limitare a mostrare i nostri francobolli perfettamente incasellati e ciò basterebbe, lungo la linea cronologica che ne scandisce le emissioni, a documentarne il fine postale. Il ricorso alla parola posta però ci suggerisce che ogni francobollo è anche protagonista indiscusso della storia postale del nostro Paese e che quindi ogni missiva sulla quale è stato applicato il francobollo (o non è stato incollato quello specifico francobollo per determinate o impreviste motivazioni) costituisce un tassello importante per raccontare l’evoluzione del sistema postale, le modalità con cui, nel corso degli anni, esso è mutato, di pari passo ai cambiamenti della società, dei costumi, del modo di comunicare. Ecco che allora, nel mio quinto album, il centenario delle poste italiane diventa pretesto per un viaggio al tempo della diligenza. 

La scansione del tempo accompagna dunque i mutamenti avvenuti in ogni epoca ed è ancora il francobollo a prendere la parola, questa volta come cronista della storia, facendosi lui, in primis, narratore del suo tempo. Ogni dentello incornicia quindi un fatto, un avvenimento, un momento storico particolare. Perche dunque non utilizzare l'emissione per la settima giornata del francobollo, che riproduce l'asse viario principale della penisola, per incamminarsi in un divertente fuoriprogramma dedicato proprio all'Autostrada del Sole?


Se poi ci soffermiamo ad analizzare meglio alcune particolari epoche ecco allora che il binomio francobollo e strumento di propaganda diventa inscindibile, pensiamo ad esempio a quale eccezionale mezzo, grazie alla sua diffusione, esso ha rappresentato per ogni regime. Rappresentando quel valore postale, al di sopra ogni altro strumento divulgativo, l’affermazione di sovranità sopra un territorio. Ancor più ove, quei valori soprastampati da eserciti di occupazione e governatorati militari, avevano il preciso compito di identificare vincitori e vinti, occupanti ed occupati. Lo era in passato come oggi, tanto che il ricordo nel 1970 del celebre raid aeronautico Roma - Tokio si è trasformato, in questo mio quinto album, in un vero volo sopra e dentro la storia delle grandi trasvolate.

Ma ogni francobollo, in quello spessore minimale, nasconde una doppia dimensione. Ciò che i dentelli racchiudono sono talvolta storie multiple, storie nelle storie, sovrapposizioni evocative che mettono in relazione l’epoca di emissione con quella che il bozzetto intende celebrare. Un esempio? Un francobollo però è anche arte, anzi è doppiamente arte. Lo è perché accanto al dentellato che racchiude e quindi mostra, racconta, illustra l’opera d’arte più o meno celebre, c’è anche l’artista che lo ha fatto nascere al bulino, colui che ne ha decretato la genesi impastando la tecnica e la sensibilità che ogni artista miscela dentro di sé. Un’arte che, nel corso degli anni, ha fatta sua anche l’evoluzione tecnologica che ha accompagnato la stampa di ogni valore postale. (parlare di macchine e tecniche, di filigrane e dentellature). Tutto questo per dire che i propri francobolli possono offrirci, quale ideale modalità espositiva, numerose divagazioni per insoliti e differenti fuori programma, grazie a quell'approccio multidisciplinare che da quell'unico francobollo ci consente di spaziare ben oltre l’orizzonte dentellato che ne delimita i fisici confini.


E’ un po’ quello che tenta il mio quinto album del mio percorso repubblicano: un approccio multidisciplinare del soggetto dentellato

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sabato 7 maggio 2016

Presidenti tra i dentelli

I presidenti della repubblica 
protagonisti nel quarto album

I musei servono a incantare, ma più che altro servono a scoprire l’incanto. Non è solo una frase ad effetto. Essa condensa, meglio di qualsiasi altra affermazione, ciò che si dovrebbe provare colui che apre e sfoglia un album della nostra collezione, sempre seguendo quella logica che vuole ogni nostra cartella filatelica immaginata e costruita come la sala di un percorso espositivo. Manco a dirlo, la frase non è farina del mio sacco: essa apre un interessante articolo a firma di Roberta Bonetti, pubblicato sul sito della Regione Valle d'Aosta, che affronta il tema dell'educazione da un interessante punto di vista, senza risparmiare illustri, quanto controverse citazioni. Tra queste ultime anche quella di Bruno Bettelheim che affermava che “troppo spesso i musei odierni cercano di trasmettere ai bambini un tipo di conoscenza dalla quale non nascerà alcun senso di meraviglia”. A leggerla, mi è parso quasi un déjà vu. Una storia già vista, già vissuta (vi invito a tale proposito a rincorrere il mio post dal titolo "Incontri generazionali lungo il percorso").


Secondo l'autrice dell'articolo dal titolo "Così banale, così bello", le affermazioni dello psicologo austriaco Bettelheim si rivelano in "tutta la loro provocatorietà per il sistema educativo in generale. "In un mondo dove la meraviglia sembra essere esclusivamente associata allo spettacolare, al teratologico, come accadeva nelle wunderkammern del Seicento, pare che nient’altro sia più in grado di sollecitare la capacità di stupirsi e di vivere l’esperienza della contemplazione estetica". L'autrice propone, nel corso della sua analisi, attraverso qualche esempio tratto da percorsi espositivi a carattere interculturale, alcune interessanti modalità di come un buon uso dell’esperienza estetica possa scaturire dall'incontro con la normale “quotidianità” e come, attraverso questa, sia possibile vivere un senso del “bello” alternativo all'estetica imperante proposta dai mass media della nostra epoca, quella stessa epoca che tutti noi viviamo, l'era moderna che ha relegato il francobollo ad una zona grigia, una mezza via tra il reperto antiquario di superate forme di comunicazione e quello di un collezionismo attempato, ove il senso estetico, talvolta profondamente innovativo data la dimensione dell'opera, fatica ancora a stimolare i sensi delle nuove generazioni, abituate ad iperstimoli ben diversi.


Uno degli esempi citati nell'articolo riguarda una mostra: "Mappe, rotte e paralleli, persone, viaggi di carte e rappresentazioni del mondo". Un percorso espositivo interculturale che, attraverso una lettura “decentrata” della cartografia e della storia, fornisce gli strumenti per rivedere in modo critico alcune convinzioni antropocentriche, soprattutto il rapporto tra la modalità di conoscenza cartografica e la relazione con il mondo (dalla percezione del corpo alla rappresentazione dello spazio e del tempo). È una proposta che sorge in reazione ad un mondo globalizzato che fatica a trovare la via del dialogo fra le sue molteplici diversità. La cartografia nel percorso espositivo diviene così pretesto per riflettere sulle nuove geografie del quotidiano, in un percorso antropologico che attraversa esperienze di confine, di identità, di globalità, dall'abitare al vestire, all'uso delle cose. La carta geografica, si sa, non è il territorio, ma una sua rappresentazione o al massimo una sua percezione. Così come un francobollo o un insieme postale non incarnano la storia nel suo insieme, ma possono diventarne rappresentazione, percezione, scansione degli eventi. Così come la carta geografica fornisce solo un’immagine incompleta e parziale della realtà, il francobollo è un singolo tassello di un insieme più grande capace di innumerevoli connessioni. Anche nella nostra collezione, vissuta come una grande mostra, è dunque possibile mettere in scena immagini e oggetti della contemporaneità e fare esperienza in modo ludico con i "visitatori" piccoli e grandi di come questa rappresentazione dentellata ci offra nuove modalità con cui la realtà di oggi si connetta alla storia già vissuta. Il percorso va dunque sempre letto come un itinerario di scoperta.


L'esempio delle carte geografiche cadeva a pennello in questo mio intervento dedicato alla revisione ed alla ripresentazione del quarto album del mio percorso repubblicano, quello che comprende il biennio 1960 - 1961 ed include quindi anche il celebre Gronchi Rosa. Un francobollo che ha trasformato un caso diplomatico, quindi una questione di mappe e di confini tracciati sulla carta, in un caso squisitamente filatelico. A cavallo degli anni Sessanta, le celebrazioni filateliche dei viaggi dei Capi di Stato erano divenute, all'estero, una vera moda. Forse per questo, in occasione dell'itinerario sudamericano del presidente Gronchi si pensò, senza rischiare troppe critiche, ad una apposita serie, senza dover ricorrere a particolari sovrastampe, così come era accaduto per gli Stati Uniti, o alla manfrina dell'amicizia, cui si fece ricorso per il viaggio in Brasile. Il 3 aprile del 1961 l'Italia stampò dunque tre francobolli per celebrare il viaggio del Capo dello Stato in Sudamerica. Al disegnatore fu dato però un atlante degli anni '30 che non teneva conto delle recenti conquiste militari del Perù, in modo particolare dei fatti avvenuti tra il 5 luglio 1941 e il 31 luglio 1942. In quei dodici mesi Perù ed Ecuador combatterono una guerra sanguinosa per il controllo di un territorio nel bacino del Rio delle Amazzoni. Il conflitto si concluse con la vittoria del Perù, che poté così annettere la vasta regione. Ma il disegnatore, guardando le vecchie mappe, non lo sapeva e così il Gronchi Rosa andò in stampa con i vecchi confini, suscitando le vibranti proteste diplomatiche del governo peruviano. La distribuzione fu immediatamente sospesa, ma ormai erano già stati venduti parecchi esemplari. Si tentò di correre ai ripari, disponendo l'immediato ritiro di tutti i francobolli nelle tabaccherie e negli uffici postali. Ma non fu sufficiente, molti erano già sulle buste. Si provvide pertanto a bloccarli negli uffici di smistamento, dove solerti dipendenti furono incaricati di coprire i francobolli rosa sbagliati con una versione grigia, corretta. Alcuni esemplari sfuggirono però alla grandiosa operazione, diventando così uno dei pezzi più ambiti dai collezionisti. Proprio da questa emissione di tre valori nacque il caso del Gronchi Rosa, cui il mio quarto album tra le altre cose dedica un doveroso approfondimento (con tanto di esemplari).



Una serie di francobolli che, a loro volta, si propongono come "voce fuori campo" per fare da guida a colui che sta sfogliando l'album in un nuovo viaggio sospeso tra la storia e la contemporaneità, quello dei primi viaggi presidenziali, a recuperare l'immagine del Capo dello Stato per come essa era percepita alle origini della repubblica. Con il “senno di poi” è infatti impossibile non notare come, la filatelia ed il fervore collezionistico del primo corso repubblicano, abbiano dato un forte contributo alla memoria storiografica circa il ruolo avuto dai diversi Presidenti nella politica estera italiana, ciò attraverso aerogrammi e buste commemorative, predisposte proprio per celebrare tali viaggi. Reperti filatelici e celebrativi ammessi a viaggiare sul volo presidenziale, sovente affrancati con i francobolli emessi per l'occasione. In altri casi si ricorse a buste FDC ricordanti l'evento e riportanti l'annullo del giorno di partenza del Presidente della Repubblica italiana, talvolta corredate di note ed informazioni.



Ho rivisto questo album revisionando ed integrando le schede storiche e di almanacco filatelico, ma sopratutto integrando nuovi pezzi del fuoriprogramma "presidenziale". La speranza è che, attraverso questi reperti incastonati tra le emissioni del periodo, mi sia possibile suscitare, anche attraverso l'elemento estetico che vi traspare, quella "meraviglia" assolutamente necessaria alla trasmissione della conoscenza.

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