mercoledì 23 marzo 2016

La ricostruzione postbellica nel mio percorso repubblicano

Nuovi reperti, nuove vetrine

Quando all'interno di un percorso museale un itinerario tematico si integra al complesso espositivo, le vetrine del museo si rinnovano o trovano nuova collocazione in uno spazio che, in qualche modo, deve innestarsi nel racconto principale. Nella mia collezione le vetrine, ho già avuto modo di raccontarlo, altro non solo che gli album. L'apparato didascalico è invece rappresentato dai fogli che guidano il visitatore a meglio comprendere ciò che vede (vedi anche le pagine di questo spazio virtuale).


Il 31 ottobre 1946 nasce la prima serie di dentelli speciali del dopoguerra, nonché della neonata Repubblica. La serie, celebrativa del cambiamento istituzionale del Paese, è messa in cantiere sin dal giugno 1946 ed ampiamente annunciata dai Bollettini Illustrativi. De Nicola, che firma il decreto il 7 ottobre 1946, “riconosciuta l’opportunità di emettere speciali francobolli per celebrare l’avvento della Repubblica” si premura di specificare “che saranno senza sovrapprezzo” e “potranno essere usati in sostituzione di francobolli ordinari attualmente in corso”. Con questi francobolli prende inizio il mio secondo album dedicato al periodo repubblicano della lira, un insieme di emissioni che però ho voluto dotare del sostegno di un apparato iconografico postale, atto a anche a far comprendere meglio il clima che si respirava in quel preciso momento storico.


La necessità di ricostruire le attrezzature industriali produttive  distrutte dalla guerra, l’inflazione che avanzava vertiginosamente, la strozzatura della bilancia dei pagamenti, il deficit e la mancanza  di valuta, erano problemi da risolversi in tempi immediati. La  disoccupazione, che portava con sé l’esigenza di rilanciare lo sviluppo industriale, l’arretratezza del settore agricolo, colpito tra l’altro in modo particolarmente grave dalle distruzioni belliche, l’inefficienza del  settore dei trasporti e l’insufficiente produzione di energia elettrica, richiedevano una loro risoluzione nel lungo periodo. Se dal punto di vista internazionale il punto cruciale era il legame con gli Stati Uniti, che di lì a poco avrebbero dato il via al colossale Piano Marshall volto al sostegno ed alla ricostruzione dell'Europa uscita dal conflitto, sul fronte interno si rispolverò un'idea già sfruttata nel primo dopoguerra: il Prestito della Ricostruzione. Riedificare una nazione dalle rovine, che il secondo conflitto mondiale aveva prodotto in tutta l'Europa, era l'obiettivo primario nel Vecchio Continente ed anche l'Italia si stava rimboccando le maniche, cercando di mettere ordine tra rivalità politiche, rancori da guerra civile non ancora sopiti, in un'atmosfera a mezza strada tra le rivendicazioni sociali e l'aspirazione ad un benessere che cominciava a far capolino all'orizzonte.


Al termine del conflitto mondiale l'Italia, ma soprattutto gli italiani, necessitava di ogni cosa, soprattutto di alimentari. La povertà era infatti diffusa in molti strati della popolazione. Mancava la carta per scrivere, la farina per il pane, i fiammiferi, mancavano il carbone e la legna per cucinare, l'energia elettrica era erogata per poche ore al giorno e l'acqua sgorgava a singhiozzo. Nelle città si attivarono diverse organizzazioni benefiche che distribuivano il cibo. Tra le diverse iniziative internazionali furono molto attive quelle dei “pacchi dono”. Tra le più conosciute quelle messe in campo dal “Dono Svizzero” e dalla C.A.R.E americana (Cooperative for American Remittance to Europe) un'organizzazione che spediva pacchi dono a chi li sollecitava con una speciale cartolina inviata alla loro sede di Roma. A questa iniziativa, ma anche tante altre che hanno caratterizzato il periodo della "ricostruzione", ho voluto riconoscere un posto all'interno della raccolta filatelica principale con una fuori itinerario, una vetrina virtuale, che sviluppasse una storia nella storia. Non ancora esaustiva secondo il mio piano collezionistico che ha comunque un progetto già delineato per un'espansione di questa sezione, ma certamente interessante sotto il profilo storico e postale.


La revisione dell'album ha poi giovato di un mio recente acquisto tecnologico: una stampante di formato A3, che mi ha consentito di ridisegnare le schede di almanacco filatelico e storico nella più elegante veste dei fogli a 22 anelli. Per questo ho revisionato e sostituito anche le schede esplicative già presenti. Cosa non di poco conto se pensiamo che anche in una collezione, così come in un apparato museale, i colori ed i materiali dei supporti non hanno solo un significato estetico ma sono importanti elementi della comunicazione. Infatti, oltre a determinare l’atmosfera che vogliamo dare all'esposizione, essi possono costituire anche un vero e proprio codice di comunicazione. Per esempio possiamo evidenziare diverse sezioni del percorso espositivo utilizzando colori identificativi per ogni sezione; oppure usare un certo colore per i fogli con del testo introduttivo ed uno diverso per l’esposizione degli oggetti, distinguendo in tal modo le tipologie e le funzioni dei reperti presentati.

Come sempre chiudo il mio breve intervento con l'invito alla visita virtuale alla collezione. L'elenco degli album ed i relativi link per sfogliarli sono nella pagina "la mia collezione".

giovedì 10 marzo 2016

La prima "sala" è un punto di partenza

La prima sala di un percorso museale rappresenta , per sua natura, una sorta di porta magica. L’inizio di un viaggio attraverso il tempo e lo spazio che i reperti che vi sono esposti intendono oggettivare. L’aver finalmente dato un corpo al primo album del mio itinerario repubblicano è stato per me come riallestire quella prima sala, quello spazio espositivo ove tutto ha inizio. Un principio rappresentato nello specifico da quella che, dal punto di vista filatelico, è considerata la prima serie ordinaria della Repubblica Italiana, ma che, allo stesso tempo, è anche l’ultima del Regno d’Italia, giacché la prima parte di essa, quattordici francobolli di posta ordinaria (con valore tra 10 centesimi e 50 lire), è stata emessa il 1 ottobre 1945.  Da poco cessate le ostilità, liberato il Paese, nell'Italia che rinasce dalle sue macerie, il segnale di rottura con il passato è quanto mai necessario, anche in ambito postale. Servono nuovi francobolli che sostituiscano quelli in circolazione appartenenti, anche nella loro rappresentazione figurativa, ad una Italia monarchica e fascista, spettro del passato e della guerra. 



Sulla serie Democratica esistono straordinari e raffinati percorsi collezionistici. Alcuni si focalizzano sulla pura cronologia degli eventi, sulle date importanti, altri si concentrano sulla storia postale affrontando analisi sugli utilizzi tariffari, piuttosto che sulle destinazioni o ancora sugli usi singoli dei vari valori. C’è chi, ad esempio, ha proposto, attraverso la Democratica, la storia del Re di Maggio, ultimo fugace bagliore monarchico del nostro Paese. Io disponevo solo di qualche scatola di buste e cartoline del periodo e per un lungo periodo di tempo ho pensato a quelle missive come ad una sorta di deposito di scarso valore documentario. Dimenticando per un attimo quella sorta di creativa follia che anima noi collezionisti raccoglitori. Ovvero quella straordinaria capacità di creare connessioni, di mettere in rapporto differenti dimensioni: il passato con il presente, il centro con il mondo periferico, l’oblio e la memoria. Come qualcun altro ha avuto modo di scrivere, i collezionisti “sciolgono l’oggetto da tutte le sue funzioni originarie per metterlo in rapporto più stretto possibile con gli oggetti lui simili” rovesciando i rapporti di potere e proprietà. Solo così quegli oggetti divengono desiderabili e desiderati proprio per quella società che se n’è liberata e che ritorna ad osservarli in una nuova prospettiva ed a scoprirne il significato nella dimensione inedita nella quale sono collocati, esposti, raccontati dal collezionista stesso.

Se tale concetto dilagasse anche ai depositi o alle cantine dei nostri musei, grazie al patrimonio culturale ed artistico del nostro Bel Paese, allora potremmo vivere solo esponendo ciò che abbiamo raccolto. In fondo quelle due scatole di corrispondenze di cui disponevo erano come un piccolo deposito di un nostro museo, marginale per le opere esposte, ma certamente in grado di dare vita a percorsi alternativi. Non dobbiamo mai dimenticare che in nazioni più affamate di reperti e di storia, sarebbero felici di allestire un piccolo museo con qualche nostro polveroso scatolone di storia dimenticata in una cantina. Non che qualcuno non ci abbia pensato: la Pinacoteca di Brera ha integrato i reperti di un magazzino nel percorso di visita, il Museo archeologico di Napoli propone nelle sale espositive una selezione di ciò che non si vede. Anche i marmi romani dell’Età dell’equilibrio sono stati recuperati dai depositi per dare vita a mostre specifiche, così come le opere esposte alla Galleria degli Uffizi per l’esposizione “L’Alchimia e le arti”. Il patrimonio in letargo nei depositi è immenso. Ha provato a conteggiarlo la Corte dei Conti nel 2011, scoprendo che non esiste né una stima dei reperti né una banca dati completa dei beni culturali statali, e ipotizzando che ciascun deposito dei 4.764 musei italiani (fonte Mibac) potrebbe contenere almeno lo stesso numero delle opere esposte.

Allora, ho pensato, forse da quelle due grosse scatole di buste, carte, cartoline affrancate con i valori della serie Democratica, nel mio immensamente piccolo, avrei potuto dare corpo a quel primo album, a quella sala da cui tutto inizia. Lasciando da parte ogni deriva accademica, non era mia intenzione sviluppare uno studio specializzato, ho ridisegnato nella mia mente più di un percorso espositivo. Ho spostato e rispostato buste, inserito e tolto fogli, tracciato percorsi in una o nell'altra direzione, senza riuscire però a trovare la risposta che cercavo.




Ad offrirmela la risposta è stato un piccolo museo che con la filatelia o la storia postale non ha nulla a che fare. La “Casa di eredità vivente”, traduzione letterale dallo sloveno di Hiša žive dediščine, sorge al posto della vecchia Scuola elementare di Bela Cerkev. L'ideatore del progetto è stato il comune di Šmarješke Toplice in collaborazione con il Museo nazionale della Slovenia, il Museo della Dolenjska e gli operatori turistici operanti nella zona di Šmarješke Toplice. Realizzato nel 2015 è stato finanziato dalle sovvenzioni europee a fondo perduto tramite il Ministero della cultura. All'interno, in un’unica sala, è collocato un percorso espositivo dedicato all'archeologia della zona. Pochi reperti per conoscere il passato della regione partendo dalla preistoria attraverso l'età antica fino alla migrazione dei popoli. Pochi pezzi, ben esposti, con un punto di inizio rappresentato da un gioiello permeato di fascino e mistero, l’orante, accanto al quale per analogia compare in grafica l’uomo vitruviano di Leonardo Da Vinci. Il segreto dunque non è nella dimensione espositiva, così come può non essere la rarità o l’unicità di un reperto a renderla interessante. Il collezionista può operare una scelta, una selezione, una lettura personale con cui raccontare e trasmettere la propria storia, un racconto che si va a collocare, con un proprio stile, dentro i quadri della vicenda generale e condivisa, arricchendola così di sfumature nuove.

Così è stato per questo mio piccolo contributo alla serie Democratica ed al mio intero percorso repubblicano, una prima sala che vi invito a visitare (il link è nella pagina dedicata alla mia collezione).